Qualificazione urbana grigia come il cemento

Data di pubblicazione: 05.02.2003 10:30
Un nostro articolo su L'Unità del 4 febbraio 2003.
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Qualificazione urbana grigia come il cemento

I dati diffusi dal Comune di Bologna in questi ultimi giorni confermano la drammaticità del degrado che la cultura urbanistica sta subendo a Bologna e che tutti i cittadini subiscono attraverso la fatica della loro vita urbana quotidiana. In realtà, il messaggio che l’amministrazione comunale ha dato con la conferenza stampa dello scorso mercoledì è voluto essere rassicurante, tutt’altro che drammatico, ovviamente. Ma proviamo ad analizzare il lungo elenco di cose fatte dall’assessorato all’urbanistica, quell’assessorato che ha il compito istituzionale di garantire vivibilità, servizi, traffico fluido, salubrità, mobilità pubblica, case a prezzi dignitosi.

In sintesi si tratta di 7 “grandi” progetti di riqualificazione urbana: l’ex mercato ortofrutticolo alla Bolognina, la nuova grande area del Lazzaretto, il progetto ex Manifattura Tabacchi, le 27 aree dei programmi integrati del 1997, l’area ex seabo su viale Berti Pichat, l’area pedecollinare ex staveco, i 27 nuovi programmi di riqualificazione. Di questi 7 progetti, i primi 4 provengono dall’amministrazione precedente e gli altri 3 invece sono di iniziativa di questa amministrazione. Dei 4 progetti “ereditati” c’è stata da parte della Giunta attuale una sostanziale conferma di quanto scelto dalla ex Giunta Vitali: di questi ve ne sono 2 (ex Mercato e Lazzaretto) in cui in sostanza non è stato fatto ancora niente di significativo, e cioé sono ancora in uno stato progettuale embrionale; per gli altri 2 invece (ex Manifattura e i 27 programmi integrati) lo stato di avanzamento dei lavori dell’ex manifattura, avviati già dalla vecchia Giunta, è prossimo alla conclusione, mentre dei 27 programmi integrati, 2 sono stati conlusi dalla vecchia Giunta, 25 sono stati realizzati dall’attuale Giunta o lo saranno in breve tempo. I 3 progetti di iniziativa dell’attuale Giunta (seabo, staveco, e le 27 nuove aree di riqualificazione urbana) sono ancora in fase progettuale.

Dopo quasi 4 anni di amministrazione della città è ora possibile compiere un sereno bilancio su ciò che è stato fatto, su quali benefici ha ricevuto la città dalle scelte urbanistiche della Giunta Guazzaloca. Il primo elemento di bilancio è una sostanziale continuità non solo dei progetti già presenti negli anni ’90, ma anche della cultura urbanistica che essi esprimevano. Ad esempio, la Giunta, oltre a confermare e realizzare le 27 aree dei programmi integrati del 1997, ne ha aggiunte in modo analogo altre 27 nel 2002. Queste 54 aree, poste tra la la prima periferia e la tangenziale, messe assieme hanno la stessa ampiezza di 165 campi da calcio di serie A (corrispondenti a oltre 118 ettari). Ma cosa hanno riqualificato questi 165 campi da calcio? Quali benefici hanno dato alla città? Certamente non hanno offerto case a prezzi contenuti per contenere l’esodo dei giovani dalla nostra città, non hanno offerto spazi pubblici o nuove aree verdi, non hanno portato vivibilità nel nostro centro storico, non hanno mostrato qualità dell’archittettura per avere una città più bella, non hanno offerto parcheggi per le auto, piste per le biciclette, luoghi per i pedoni, piazze per la socialità, non hanno contribuito a creare una nuova rete infrastrutturale nella nostra caotica città, non hanno creato centralità nelle nostre periferie. Se proprio hanno prodotto qualcosa, questi 165 campi da calcio di appartamenti ed uffici sono andati ad occupare spazi liberi del nostro tessuto urbano appesantendo la nostra già satura città. Ma se le scelte urbanistiche non servono per avere case a prezzi contenuti o per creare servizi ed infrastrutture, a cosa servono allora? Quando le nuove edificazioni non portano vantaggi per il funzionamento della città, allora il sostantivo corretto da utilizzare in questi casi è speculazione, e cioé edificazione per rendita privata. In quest’ultimo decennio Bologna ha trascorso anni di speculazione edilizia, anni che non aveva mai vissuto nei decenni scorsi. Ma il problema culturale prima rilevato si è profondamente radicato nella nostra amministrazione cittadina. L’urbanistica è vista come opportunità edilizia e non come strumento per far vivere meglio i propri cittadini; è questa la cultura che rifiuta il piano regolatore, che preferisce contrattare caso per caso le richieste che provengono dalle imprese private, senza stabilire regole per tali contrattazioni. Una città senza piano regolatore è una città senza progetto, senza obiettivi, che vive giorno per giorno. Lo dimostrano le numerose esperienze straniere ed italiane di città che hanno recuperato vivibilità, qualità e immagine internazionale grazie agli strumenti della pianificazione urbanistica usati per l’interesse pubblico, per l’interesse della propria cittadinanza.
E allora mercoledì scorso abbiamo assistito ad un elenco di belle cose fatte dalla Giunta per poi uscire di casa e ritrovare Bologna nel solito caos e con i soliti problemi. Il bilancio di quei 7 progetti è un bilancio grigio, grigio come il cemento, grigio come la cappa di smog che avvolge la nostra città, come l’asfalto delle nostre strade caotiche. E’ quindi ora che Bologna esprima una nuova classe dirigente che sappia distinguersi da quella cultura, che sappia riacquistare la fiducia dei cittadini e che sappia formulare obiettivi, strategie ed azioni per recuperare quella vivibilità necessaria la rinascimento della nostra città.



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