Dal PRG di 18 anni fa al cemento di oggi.Data di pubblicazione:
07.07.2003 16:52
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| Giancarlo Mattioli su "Il Domani" del 06.07.03, in replica ad un intervento del prof. Scannavini. |
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Egregio Direttore leggo sul “il Domani” dei 1 luglio 03 l’intervista dal titolo “ Basta con il cemento alle porte del centro” rilasciata dal prof. Scannavini a Cristiano Zecchi, alla quale, se possibile, vorrei replicare. Non perché non ne condivida la sostanza, ma perche’ lo slogan del “disegno di prospettiva, per dare un futuro a questa città” non basta per spiegare come e perché nascono gli “errori” urbanistici, ma soprattutto non basta per evitarli per il futuro; né è sufficiente per individuare le “responsabilità”: quantomeno quelle “tecniche”. Lo dico perché quasi tutti i casi che Scannavini cita, nella sua intervista, non sono episodi isolati, ma nascono proprio da “un disegno di prospettiva”, da quel ”disegno strategico complessivo” che era il Piano Regolatore Generale 1985 (PRG 85) al quale entrambi abbiamo lavorato e che entrambi, insieme ad altri, abbiamo firmato. Quindi, se il “disegno” c’è, cos’altro serve per garantirsi esiti accettabili in urbanistica? Occorre, secondo me, accompagnare quel disegno in tutto il suo lungo cammino; nel processo che lo trasforma in un oggetto fisico (casa, strada, ponte, giardino, fabbrica,ecc) che poi ci ritroviamo sul territorio. E poiché quel cammino, quel processo, durano molti anni (nel caso specifico circa 20), e passano per molte mani, è difficile che l’idea e il contenuto originario del disegno mantengano la loro coerenza e autenticità. Sarebbe necessaria una virtuosa costanza negli obbiettivi, nelle competenze, nei talenti, nei comportamenti tecnici e politici difficilmente riscontrabile in natura, anche quando i governi della città restano politicamente omogenei. Ma è la sola strada se si pretende che un piano restituisca esiti accettabili. Quindi non era il “disegno” che mancava, negli episodi che cita Scannavini, ma tutto il resto. Fortunatamente il PRG’85, che ripeto abbiamo firmato assieme diciotto anni or sono, ha generato anche episodi positivi ed estesi, dei quali si parla meno, perché solo gli effetti perversi, oramai isolati da ogni contesto, fanno notizia. Ebbene da quel primo “disegno di prospettiva”, adottato nel 1985 ma approvato nel 1989, si è consumata una storia che sarebbe interessante raccontare, con un linguaggio accessibile al grande pubblico, per cercare di scoprire le ragioni di successi ed insuccessi urbanistici: ragioni oggettive, soggettive, comportamenti pubblici e privati dei vari protagonisti: perché tutto concorre a determinare un esito. Non è questa la sede evidentemente. Ma poiché il prof. Scannavini, elude anche il minimo sforzo di analisi critica, presentandosi come un cavaliere senza macchia, e con poca memoria, vorrei almeno ricordare a lui e ai lettori alcune cose che hanno a che fare con gli episodi che lui cita: 1) nel 1985 il PRG viene adottato inaugurando un metodo di partecipazione innovativo. Appositi disegni danno ai cittadini la percezione diretta delle forme che assumeranno gli spazi urbani. Questo metodo verrà in seguito adottato in molte città. Ma Bologna non è ancora matura culturalmente per accettarlo. Le forze politiche si adeguano. 2) Nel 1989, dopo una crisi politica che porta al cambio dell’assessore all’urbanistica, il PRG viene approvato con profonde modifiche che cancellano le innovazioni e ne compromettono una parte dei contenuti. Questo esito, al di là delle posizioni formali trova il sostanziale unanime consenso della cultura architettonica, degli ordini professionali, delle forze politiche ed economiche. I tecnici, autori del piano, dopo un tentativo di resistenza a questa deludente conclusione, si adeguano: alcuni diventano affidabili collaboratori del nuovo corso, altri vengono allontanati. 3) Il processo di attuazione del piano, condizionato dalle modifiche, dai condizionamenti burocratici e da oggettive difficoltà realizzative (vedi il sistema delle infrastrutture di trasporto) provoca un ulteriore peggioramento dei contenuti originari. 4) L’area Staveco. E’ da sempre inquadrata in un piano regolatore (fin dal 1969) come supporto di verde, servizi (scuole, attrezzature sportive) e parcheggi per il centro storico. Verso la fine degli anni ’80 una trattativa con i militari, per la cessione dell’area al Comune, era finalmente giunta alla conclusione con la firma di un accordo tra il sindaco e l’autorità militare: in cambio dell’area di viale Panzacchi il comune avrebbe ceduto un’area scolastica adiacente ad un compendio militare nel quartiere S.Vitale dove, accanto ad un impianto esistente (Stamoto) si sarebbero trasferiti i residui impianti di Staveco. Un adeguato conguaglio avrebbe compensato la differente quantità delle aree. La trattativa, oramai conclusa, saltò perché il ministro delle finanze dell’epoca su sollecitazione locale, rivendicò al demanio la titolarità del bene, e quindi della trattativa, essendo i militari concessionari del demanio. La verità era che l’università aveva messo gli occhi su quell’area per trasferirvi una serie di facoltà umanistiche e si adoperava per sottrarla al comune complice un suggeritore, comunale, dell’operazione cui non interessava, in quel momento, la coerenza del “disegno”. Analogamente era stato suggerito il vincolo architettonico sui circa 20.000 mq di “archeologia industriale” (capannoni) presenti nell’area, che, sapientemente recuperati, avrebbero ospitato l’università, con i suoi parcheggi e servizi, ma che avrebbero cancellato definitivamente l’idea dell’ ” immenso parco”, di cui oggi, Scannavini si fa paladino. (per rendersene conto basta guardare la foto aerea posta sopra al titolo dell’intervista) 5) Area Buton, Borgo Masini. Anche gli esiti su quest’area hanno origine nel Piano dell’85 che firmammo assieme. Del resto, anche prima del piano, il carico urbanistico, su quell’area, non era sostanzialmente diverso. Accanto al fabbricato degli uffici, un cubo con molta evidenza sul viale, che Scannavini tentò di “conservare” per motivi architettonici (una modesta architettura stile anni ’40), c’era una platea di capannoni industriali che saturavano completamente l’area, salvo un cortile interno. La conservazione architettonica di quella struttura non avrebbe influito sostanzialmente sul carico edilizio oramai decretato dal piano. 6) Area Morassutti. Anche la sciagurata realizzazione di questa sede universitaria, a ridosso dei viali ha origine in un antico “disegno di prospettiva”. Un piano per l’Università che doveva a tutti i costi svilupparsi a ridosso del centro storico, per un rifiuto ideologico del “campus” universitario di stile anglosassone. 7) Anche “il grande piano particolareggiato” delle aree di via Stalingrado è figlio del Piano dell’85. Secondo i disegni delle nostre schede progettuali, sarebbe stato molto diverso e in grado di accogliere parte di quella espansione fieristica, che invece oggi, sommandosi al resto, sottrae altre aree verdi alla città. Ma Scannavini ricorderà che proprio su queste aree, egli e il suo gruppo, durante l’elaborazione del piano, produssero un pregevole progetto di insediamento “a tappetino” che se realizzato, avrebbe comunque causato una pregevole colata di cemento su quelle aree. Per concludere. Non si può non essere d’accordo con l’appello che lancia, oggi, il prof Scannavini, contro l’aggressione del cemento, soprattutto nelle aree residuali della cerchia dei viali. Aree che proprio perché residuali sono diventate preziose e decisive per scongiurare il completarsi del cappio che sta soffocando il centro storico. In particolare l’area Staveco, per la quale occorre battersi per sconfiggere progetti che ne compromettano la prevalente funzione di massa verde e la libera fruizione per la generalità dei cittadini. Ma se vogliamo evitare per il futuro, alla nostra città, ulteriori irreversibili errori è necessario che guardiamo in faccia alle nostre esperienze, buone e cattive, con capacità critica e onestà intellettuale, cercando di scoprire dove e perché si è sbagliato. Se qualcuno pensa, rimuovendo le proprie responsabilità, di meritare una patente di cavaliere senza macchia, per attraversare indenne, i tempi mutevoli, potrà giovare solo a se stesso ma non alla città. |