La città di pietra: trasformazione delle periferie, qualità e urbanistica partecipata

Data di pubblicazione: 04.03.2004 13:13
Il nostro ontributo al secondo incontro del ciclo "le periferie...al centro".
INTERVENTO AL SEMINARIO “PERIFERIE .... AL CENTRO”
Alessandro Delpiano, Bologna 3 marzo 2004


Nello scorso incontro sono state molte le definizioni date alla città: luogo dei non luoghi, luogo del contrasto, luogo del consumo, ecc.
Fra tutte, ne richiamo una citata da Cesare Melloni quando, per affrontare il tema della socialità, della innovazione e della rendita, è partito dicendo che la città è il luogo del conflitto.
E ciò non vuol dire che è il luogo delle dispute, delle “battaglie”, ma è in primis il luogo in cui sono presenti interessi diversi, in contraddizione fra loro. E quando vi sono interessi diversi non si può che evocare la necessità di un governo dei conflitti, e in particolare di un governo pubblico dei diversi interessi presenti.
In assenza di governo pubblico, la città da luogo dei conflitti diventa luogo del privilegio, e cioé luogo in cui solo piccole componenti di essa sono soddisfatte, mentre altre subiscono i privilegi dei pochi. Non mi riferisco solo al privilegio che lo stesso Melloni ha spiegato in modo egregio, e cioé al privilegio della rendita, ma mi riferisco anche a tanti privilegi diffusi come ad esempio il privilegio dell’auto, che vede solo alcuni utenti del trasporto ipoteticamente soddisfatti, e cioé gli automobilisti, a fronte di altri utenti come i pedoni, i ciclisti, gli utenti del trasporto pubblico rassegnati nella loro condizione di inferiorità.

Per evitare quindi che la città sia il luogo dei privilegi, è necessario che essa diventi luogo del confronto, se volete della partecipazione. Il risultato di un confronto vero non potrà che scaturire da un processo di mediazione, dando a questa parola un’accezione nobile, un significato nuovo e diverso. La pratica di governo degli ultimi anni ha svilito il compito della politica e del governo pubblico, perché ha escluso dal processo di partecipazione, e quindi di mediazione, la maggioranza degli interessi presenti in città, privilegiando interessi privatistici e oligarchici. Sono gli interessi diffusi che devono invece trovare giusta rilevanza nel governo della città.
Bisogna però d’altra parte fare attenzione a non compiere l’errore opposto, a considerare solo una categoria di interessi diffusi, perché un atteggiamento aprioristico, se volete ideologico, è esso stesso produttore di città del privilegio. Faccio un esempio: se invece dell’auto volessimo favorire solo l’uso della bici, creeremmo comunque un privilegio, in quanto vi è un numero elevato di utenti che in bici non potrebbe mai andare. ((Diritto alla mobilità))
Il processo di governo della città non può che partire dalla fondazione di diritti di cittadinanza e dalla ricerca di giuste proposte politiche e progettuali per garantire questi diritti al maggior numero di cittadini, anzi a tutti i cittadini, attraverso processi di mediazione costruttiva e di costruzione del consenso.
E qui entra con tutta la sua forza evocatrice e con tutte le sue contraddizioni il tema della partecipazione dei cittadini alle scelte di governo della città. Io personalmente non mi sento particolarmente titolato nel trattare questo difficile e controverso tema. Mi preme però suggerire che la partecipazione dei cittadini deve avere due presupposti per essere svolta: stabilire in primo luogo i diritti di cittadinanza in difesa degli interessi diffusi, e predisporre chiare e oneste proposte progettuali tese a attuare quei diritti per combattere la spontanea involuzione verso una città dei privilegi. Fare queste 2 cose è essenziale per avviare un qualsiasi progetto di partecipazione. La partecipazione non può essere fatta con le sole associazioni di categoria, la partecipazione non è convocazione di assemblee pubbliche, la partecipazione non è la manifestazione di stati d’animo occasionali. Soprattutto la partecipazione non potrà mai essere fatta con progetti preconfezionati, sul modello di quelli esposti all’infobox, quelli sì veramente dirigistici, se vogliamo usare un termine caro all’assessore Monaco.
La partecipazione è faticosa, precaria. Sarebbe sbagliato affidarle un valore taumaturgico.
Il cittadino è spontaneamente interessato a partecipare non per ottenere nuovi diritti di cittadinanza ma per difendere quelli che ha già, e quindi partecipa prevalentemente quando si sente toccato negativamente da un intervento urbanistico.
Piccola parentesi: lancerei una sfida: attiviamo un processo di partecipazione sul trasporto pubblico, come grave emergenza di Bologna e come grande opportunità di riscatto di questa città, magari utilizzando quel “club degli utenti” previsto dalla legge regionale sui trasporti.

La partecipazione può avvenire quindi solo se il governo della città fa il suo mestiere, e cioé se predispone chiari e onesti progetti di interesse pubblico per garantire i diritti di cittadinanza. Ciò non è avvenuto a Bologna.

Cosa è successo a Bologna penso che ormai sia noto ai più, alcuni lo sanno in maniera conscia, altri in maniera più inconscia. Bologna è diventata la città dei privilegi, del non governo pubblico, della rendita. Bologna ha rimosso le proprie responsabilità nell’offrire ai propri cittadini importanti condizioni di vita che Melloni indicava con due parole chiave: socialità e innovazione. Ciò è particolarmente visibile nelle parti centrali o semi centrali della città per il degrado in cui versano e per l’alto deficit di servizi pubblici di funzionalità urbana; è meno visibile nelle parti periferiche dove però esiste ed è altrettanto problematico, motivo per cui è importante cogliere l’invito di Ugo Mazza a riflettere e a ricominciare proprio da qui, dalle periferie.
I Celestini hanno in tante occasioni dimostrato, attraverso i propri studi, le inefficienze della progettazione urbana di Bologna determinate da gravi colpe politiche. Decine, anzi centinaia di aree edificabili in cui l’unico vero interesse pubblico stava nel favorire la rendita privata, o al limite nel non contrastarla. Mi astengo dal trattare il tema delle periferie metropolitane e cito due esempi di periferie cittadine per capire come sono andate le cose. E’ il caso degli interventi di Via Due Madonne e di Via delle Armi. Due contesti differenti, due interventi di dequalificazione di periferie urbane.
Il primo, via Due Madonne, è costituito da un complesso ad altissima densità con fronte autostrada. Il contesto urbano è determinato da due grandi ed insuperabili barriere fisiche: l’autostrada a nord e la ferrovia Bologna Ancona a sud. Una enclave urbana isolata, specializzata, in cui la complessità e la ricchezza di una città non potrà mai o quasi mai avere luogo. Grandi spazi privati, organizzati su 7 edifici per 7 piani che non solo non hanno sufficienti spazi pubblici per la loro funzionalità, ma sono decontestualizzati dalla città stessa. E ciò è ancor più vero se consideriamo che se ipoteticamente le barriere fisiche potessero essere superate, al di là di queste non c’è città, ma ci sono propaggini di marginalità di città: il deposito ATC, il complesso del Boscolo Hotel, aree militari, un pozzo di Hera. Insomma, un intervento che nel terzo millennio ha creato uno spazio segregato, una periferia squalificata, un luogo che appena nato è già da riqualificare. Un intervento motivato solo dalla rendita immobiliare.

L’altro esempio, via delle Armi, nasce da un contesto urbano completamente diverso. Non è un’area marginale, ma è inserita in un ambito urbano denso che già possiede un chiaro “effetto città”. Non come le Due Madonne dove invece vi era un marginalità evidente e non recuperabile. Nonstante il contesto urbano però l’intervento urbanistico ha contribuito anche qui a squalificare la città e la periferia. Infatti questo era un ambito che, proprio per la sua densità, non aveva bisogno di ulteriori case, ma di spazi per la socialità e la funzionalità urbana. Invece sono stati costruiti 3 altissimi edifici e lo spazio verde che essi dovevano cedere è stato collocato alla Barca dove di verde c’è nè molto più che a sufficienza. Un intervento quindi inutile, o se volete dannoso, due volte: una volta perché ha sprecato, sempre a favore della rendita urbana, l’ultima occasione per fornire a quella parte di periferia spazi essenziali per un corretto vivere urbano, una seconda volta inutile perché ha aumentato il verde dove non c’è n’era bisogno.
In tutti sono 54 gli interventi simili a questi, oltre a tantissimi altri forse anche più dannosi, e potete quindi immaginare quanto la nostra periferia abbia subito, abbia sofferto, sia stata nei fatti trascurata.

Se allora è la rendita, ma non solo quella, ad avere goduto di privilegi civili, allora è arrivato il momento che parta una stagione di perequazione di quei privilegi. Abbiamo bisogno di umanizzare Bologna, di fornirle più vivibilità, più socialità e cioé di rispondere ai bisogni di un numero molto più ampio di cittadini rispetto a quello che è stato fatto fino ad ora: dalla casa agli spazi pubblici, dai servizi alla mobilità sostenibile, dall’innovazione culturale alla dimensione metropolitana del governo del territorio.
La Compagnia dei Celestini ha sviluppato, insieme ad altri temi, il tema del controllo della rendita fondiaria come imprescindibile elemento di progettualità urbana. Visto il comportamento avuto negli ultimi 15 anni dall’urbanistica bolognese, la tradizione instaurata induce oggi gli operatori immobiliari ad avere alte aspettative di rendita che vanno a scapito della qualità delle nostre periferie e della nostra città.
E’ allora necessario in primo luogo rompere quella tradizione, sempre comunque nell’ottica della mediazione, in quanto sarebbe impossibile annullare la rendita.
Allora una nuova politica urbanistica per Bologna deve partire dal ridimensionamento delle attese di rendita, minimizzandole e massimizando invece il recupero di quella rendita in risorse per la collettività. Senza far ciò nessun progetto urbano pubblico potrà compiersi con successo. Nessun deficit di città pubblica potrà essere recuperato. Questo, secondo noi della Compagnia dei Celestini ma non solo secondo noi, è la base fondativa di ogni proposta di pianificazione urbanistica e di ogni progetto di città. La nuova classe dirigente politica è consapevole di ciò?

Conclusione:
1. La qualità urbana non può essere un concetto astratto ma espressione delle esigenze dei cittadini, è quindi essenziale la partecipazione di essi per stabilire i termini della qualità urbana e per condividere progetti urbani, dando ad essi maggiore efficacia.
2. una segnalazione: seppure tutto fa pensare che il tema della città sia strategico per la futura amministrazione, considerando anche che il sondaggio condotto nel sito di Cofferati ha rilevato che al primo posto dei desideri dei bolognesi c’è la vivibilità, devo ancora constatare che questo tema è marginale se non assente nella campagna elettorale. Forse perché generatore di conflitti, ma non sono convinto che il silenzio eviti i conflitti, il silenzio su certi temi non crea indifferenza ma a volte sospetto, la campagna elettorale non può non occuparsi di città e di vivibilità.
3. considerazione ottimistica: i cittadini bolognesi sono pronti ad offrire fiducia a chi voglia dare loro, con onestà, una nuova prospettiva di città; chiedendo più vivibilità chiedono un nuovo umanesimo delle città, sono coinvinto che questa sia una stagione in cui sia necessario parlare di città. Vi è una maturazione in città su questi temi da cogliere e valorizzare.



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