I guai di Bologna. E la speranza di un riscattoData di pubblicazione:
07.01.2002 09:56
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| Un articolo su "il Manifesto" del 3 gennaio 2002. |
| "I guai di Bologna. E la speranza di un riscatto".
La "bella città" è in crisi da tempo. Non più luogo della bellezza, ma caos urbano, speculazioni, traffico... sul "Il Manifesto del 03 Gennaio 2002 Ci sono luoghi al mondo destinati ad essere paradigmatici. Ci sono città la cui storia ha insegnato molto agli uomini, e società che hanno dato buoni esempi e partorito speranze per coloro che dopo la seconda guerra mondiale hanno subito il tumulto della trasformazione del territorio italiano come un furto ai danni del paesaggio e una rapina a danno della collettività. Bologna e l'Emilia-Romagna hanno rappresentato per anni un riferimento di buone pratiche urbanistiche e di ottima capacità di governo. Negli anni, difficili e irripetibili, di lenta costruzione della Repubblica italiana, di faticosa cucitura e ricostruzione del territorio italiano lacerato dalla guerra e dal fascismo, le città dell'Emilia-Romagna - Bologna in testa - hanno dato vita pragmaticamente ad un modo di fare urbanistica che ha prodotto luoghi vivibili e belli, funzionali ed efficienti, in un sistema sociale mai segregato e sempre solidale. Gettati i fucili, i partigiani hanno fatto i sindaci e gli assessori, rinnovando costantemente lo spirito antifascista e l'atteggiamento dialettico verso i problemi: hanno anteposto gli interessi della collettività allo sviluppo privatistico di ciascuno. E il prodotto, al di là delle teorie e dei possibili errori, è leggibile nella vivibilità delle periferie e nella bellezza dei centri storici, nella conservazione dei parchi dell'Appennino come nell'efficienza dei trasporti pubblici. Il prodotto di questi cinquanta anni di storia è scritto nei diritti conquistati dai cittadini, costruiti con fatica e determinazione, nati dalla resistenza antifascista e sviluppati per mano di strumenti e di regole per la migliore convivenza possibile, di uomini con altri uomini, di industrie e di scuole, di botteghe e campi da calcio. Quando Bologna e il Partito comunista erano organici allo sviluppo della società e del suo territorio, in un sodalizio ammirato da molti in Italia e all'estero, altri luoghi del paese erano saccheggiati da mafie e camorre, da incuria e ignoranza e avidità, quand'anche da criminali omissioni. La storia della nostra giovane Repubblica testimonia tutti quei fatti che hanno partorito rovine e morti, al nord come al sud, da Agrigento al Vajont. Fatti sempre nati all'insegna degli interessi di pochi; cresciuti nell'opacità di atti e progetti dalle pieghe oscure e indecifrabili; fioriti nella flessibilità di regolamenti e di norme all'uopo piegate per servire il profitto; fatti degenerati a scapito della collettività. A Bologna questo non è successo. La trasformazione della città è avvenuta in ragione di una scelta precisa: agire prima di tutto nell'interesse della collettività. I piani urbanistici erano chiari e trasparenti; le regole erano certe. La politica era organica allo sviluppo della città e la società era organica allo sviluppo della politica. Non era certo il paradiso dei capaci o il regno degli intelligenti e dei filantropi: qui come altrove albergavano uomini stupidi e interessi potenti. Ma la società e il sistema di regole e di diritti costruiti per il funzionamento della città erano così solide da impedire agli stupidi di compiere danni e ai potenti interessi privati di prevalere sugli interessi pubblici. Ciò, al di là di teorie e di errori, ha prodotto buone città. Per motivi complicati negli ultimi anni del secolo passato la politica della sinistra è entrata in profonda crisi. Allo stesso tempo i problemi legati allo sviluppo delle città, e non solo di Bologna, si sono aggravati e i furbi hanno cominciato a bussare alle porte, con soluzioni pronte all'uso. La città del paradigma urbanistico è diventata sterile: Bologna, il suo sistema politico e sociale, non produce più vivibilità. Il centro storico non è più il luogo della bellezza ma quello del caos, del rumore e dell'inquinamento. Degli affitti a prezzi insostenibili, delle botteghe che chiudono, del degrado sociale e della segregazione continua. Le sue periferie stanno diventando luoghi di speculazione edilizia, di interventi poco trasparenti e di pubblica inutilità. Il sistema di trasporto pubblico è al collasso perché è suddito della concezione privatistica della mobilità. L'inquinamento è a livelli allarmanti. La classe politica è allo sbando, priva di idee e di uomini, a corto di elettori. In questo clima anomico, suffragato da una eguale linea politica del governo della Repubblica, si sta consumando, lentamente e sottovoce, il "sacco di Bologna": una netta inversione di tendenza nel modo di fare urbanistica, che sta producendo qua e là i primi visibili fatti di degenerazione urbana. I cittadini però, nel frattempo, non sono spariti. Dietro le quinte della politica ufficiale, un'altra politica, umile e con poca voce, è in fermento: sono la miriade di comitati, associazioni e di gruppi, più o meno ufficiali, mossi da istanze diverse ma tutti in lotta verso una maggiore vivibilità sociale e ambientale di Bologna. Con la capacità analitica, organizzativa e programmatica che dovrebbe caratterizzare i partiti politici, questo associazionismo di base, sta pulsando nel cuore della città. A testimonianza che esistono ancora i presupposti per la convivenza, che sono necessarie regole per la tutela e la promozione dei diritti di cittadinanza, che è ancora necessario, e lo è più di prima, che prevalga l'interesse della collettività su quello dei poteri privati. Che, in fine, la città possa ancora essere "la casa della società". Una casa vivibile, solidale, sana e bella. MARCO GUERZONI, urbanista, rappresentante della "compagnia dei celestini", associazione di cittadini per il rinnovamento della città |