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La "storica" lettera per la nascita dei Celestini

Data di pubblicazione: 25.07.2002 10:44
La lettera con cui, il primo maggio 2001, abbiamo cominciato l'esperienza della Compagnia dei Celestini.
Le firme che vedi qui sotto sono di un gruppo di amici che si sono trovati negli ultimi mesi a chiacchierare e discutere mossi dal comune interesse per le sorti/prospettive della città in cui vivono.
Come puoi notare si tratta di persone che in qualche modo (diversi modi, diversi titoli, diversi ruoli) operano e si interessano del governo del territorio. Le riflessioni sulla città ed il territorio sono quindi espresse a partire da un punto di vista che è quello della osservazione/valutazione delle politiche urbanistiche in atto e delle trasformazioni conseguenti.
Oltre alle preoccupazioni di merito (cosa realmente accade a Bologna, oggi), su cui torneremo, c’è una preoccupazione di fondo che ci ha richiamato al confronto, e cioè la constatazione di una sostanziale assenza di dibattito pubblico su politiche decisive per il futuro della città. Riteniamo quindi importante attivare processi che provochino questo dibattito, ritenendo però strategico comunicare anche, e prevalentemente, con quei cittadini non interessati direttamente all’analisi disciplinare di temi strettamente urbanistici, ma più in generale alla qualità della vita urbana.
Per far ciò, intendiamo creare un’occasione di riflessione e di azione politica, intesa come strumento di partecipazione alla vita pubblica, che nasca da un confronto di esperienze e conoscenze, partendo però dalla condivisione di alcuni principi che contraddistinguono la base fondativa della nostra idea di città/territorio e di convivenza sociale.


Il valore della civitas: la città come luogo dei diritti di cittadinanza

La decisione di vivere stabilmente in un luogo fisico delimitato e protetto, ha contraddistinto la storia dell’uomo. Vivere assieme è stato cioè il passo che ha trasportato il genere umano da una condizione erratica di consumo ad una “stabile” di produzione per un miglioramento delle condizioni di vita. La decisione di “convivere” ha comportato in primo luogo la necessità di regolare i rapporti di ciascuno con il resto della società: porre regole è stato un processo imprenscindibile e quasi spontaneo per organizzare la vita di gruppo.

Gli elementi che storicamente hanno aggiunto valore al “vivere collettivo”, rispetto alla condizione di vita “isolata”, sono in estrema sintesi riconducibili a tutto ciò che non è possibile fare efficacemente “da soli”: la protezione (da aggressioni esterne), la salute (di ogni categoria sociale), l’esercizio attivo dei propri diritti (la politica), l’esercizio del culto (le religioni) e della cultura (la ricerca scientifica e umanistica). Per soddisfare tali esigenze, si è quindi dovuto aggiungere al villaggio – che consideriamo l’embrione del luogo fisico di vita collettiva – un insieme di elementi, di edifici, di oggetti, di strutture e infrastrutture, precipuamente finalizzate al soddisfacimento delle esigenze collettive. Il villaggio, con questi elementi, diventa città, diventa il luogo della produzione, dell’accumulazione e dello scambio dei beni materiali e del sapere e della solidarietà; diventa cioè la “casa della società”, conformando e strutturando il territorio in cui si colloca.

La città è quindi – storicamente – il luogo di massima espressione della vita civile, poiché in nessun altro modo e in nessun altro luogo gli individui hanno saputo svilupparsi e progredire come è avvenuto nella città e per mezzo delle modalità di vita collettiva che in essa si realizzano.

Com’è ovvio, tali principi e tali nessi sono divenuti complessi via via che si è intensificata la città e con essa la società: quanto più gli individui sono numerosi ed eterogenei, tanto più gli interessi collettivi si diversificano e le modalità di rappresentanza degli interessi debbono seguire strade indirette. Con ciò sono stati creati meccanismi di rappresentanza democratica in grado di esprimere efficacemente ogni interesse collettivo, anche di chi per natura non è in grado di esercitare attivamente il proprio diritto “ad essere ascoltato”: è il caso dei bambini, degli anziani, degli incapaci, di tutti coloro che “non hanno voce” e “parlano” grazie all’esistenza di un sistema rappresentativo universale e democratico.

Nella città quindi si intrecciano – e sono interdipendenti - elementi fisici e funzionali con elementi organizzativi, che chiameremo politici, nel senso pieno del termine: il disegno fisico della città e del territorio e la regolazione delle strutture urbane nascono e sono funzionali all’ottimizzazione della vita pubblica, le cui istanze sono politicamente rappresentate.

La disciplina urbanistica moderna nasce proprio come risposta al superamento dei limiti che giungevano a mettere in discussione l’utilità stessa della città ed ad annullare il valore aggiunto al “vivere collettivo”: quando, con la rivoluzione industriale, la complessità urbana diventa non più sostenibile, quando la città è un ammasso insalubre ed informe di edifici e di strade, quando il profitto annichilisce ogni forma di consumo collettivo, allora si avverte l’esigenza di ridare senso alla città, ritenendola ancora il luogo migliore in cui una società può vivere ed evolversi, e ritenendo la modalità di vita collettiva la migliore rispetto a qualsiasi altra modalità.
Partendo da questi presupposti la pianificazione si pone l’obiettivo di porre rimedio allo spontaneismo localizzativo prodotto dal regime privatistico dei suoli, organizzando lo sviluppo e le funzioni urbane, talchè nessuna di queste funzioni entri in conflitto con le altre.

La città e il territorio continuamente si evolvono, crescono e si sviluppano in funzione e in ragione delle mutazioni storiche, sociali, economiche e culturali, ed i valori fondativi della città, e i relativi diritti di cittadinanza, hanno certamente subito evoluzioni nella città moderna e contemporanea.
Dalla “protezione dai pericoli esterni” si è infatti passati alla funzione di “luogo ove sviluppare e migliorare la sicurezza in termini di rapporti sociali e di solidarietà”, dalla “salute” si è passati allo “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, dalla “libertà di culto” si è giunti al concetto di “cultura, intesa come diritto all’istruzione e alla conoscenza”. Queste ultime sono diventate via via componenti essenziali per la valorizzazione delle singole individualità che si sviluppano nell’ambiente urbano. La civitas trova quindi nell’urbs il suo sostegno per le opportunità di sviluppo individuale, che non può però prescindere da uno sviluppo collettivo.


Il ruolo della pianificazione

Essendo la città contemporanea sistema complesso e luogo di molteplici e conflittuali esigenze, la sua trasformazione non può prescindere dall’esistenza di politiche urbane che sappiano governare questi conflitti e che sappiano dare alla città maggiore funzionalità e qualità di vita. Sostenere che il governo dei fenomeni complessi si possa compiere attraverso forzate semplificazioni, significa decidere di privilegiare una delle componenti della complessità e non i molteplici attori e fattori che sul territorio interagiscono. Cercare invece di mettere in campo azioni che tentino di superare positivamente conflitti e contraddizioni comporta assumere valori/obiettivi che chiamiamo diritti di cittadinanza e principi di sostenibilità, equità sociale e solidarietà.

Fra i vari strumenti con cui una collettività dichiara e pratica i propri obiettivi e le azioni per il loro raggiungimento vi è la pianificazione. Pianificare è portare a coerenza le azioni promosse per dare efficacia agli obiettivi, per armonizzare le esigenze individuali con quelle della collettività. La pianificazione è uno strumento che può garantire che i molteplici interventi di trasformazione della città siano tra loro in sintonia ed integrati, al fine di mitigare e compensare i conflitti, ed esaltare le opportunità individuali bilanciate in un contesto di sviluppo ed applicazione dei diritti di cittadinanza e di tutela dei valori intrinseci del territorio. Viceversa, agire per particolarità in assenza di pianificazione sembra aumentare l’efficacia della risposta alla singola domanda, ma, nella maggioranza dei casi, riduce la possibilità di perseguire il raggiungimento degli obiettivi generali e di un assetto strategico e strutturale complessivo, e di contribuire alla soluzione dei conflitti urbani. L’assenza di pianificazione è per la società civile ed economica un costo non sostenibile. Costa in termini di funzionalità, efficienza e qualità del sistema insediativo. Costa in termini di competitività economica del territorio. Costa in termini di coesione sociale. Costa in termini di perdita di identità culturale dei luoghi.

Le critiche che la pianificazione urbanistica tradizionale ha subito negli ultimi anni sono numerose e spesso fondate; non è questo il luogo in cui argomentare ed approfondire tale utile dibattito, diciamo solo che ci associamo genericamente anche noi a queste critiche, e che comunque le recenti riforme urbanistiche regionali stanno tentando soluzioni di cui solo nel prossimo futuro sarà possibile valutare l’efficacia.
Vogliamo comunque distinguere quelle critiche tese ad una evoluzione e maturazione della disciplina urbanistica, da quelle invece strumentali a delegittimare il ruolo della pianificazione al fine di consolidare pratiche di “urbanistica contrattata” che prescindono dalla necessità che i soggetti delle trasformazioni urbane siano non solo gli interessi economici, ma anche e soprattutto gli interessi della totalità dei cittadini.

Seppure ai fautori dell’urbanistica contrattata piaccia definirsi realisti, liberisti e sintonici con il mondo economico, in realtà la loro posizione è in antitesi ai principi liberali e sociali che pongono nelle regole il fondamento della convivenza civile. Le leggi e gli obiettivi delle politiche amministrative hanno l’obbligo di essere definiti a priori, avendo come base fondativa i diritti della Carta Costituzionale, proprio perché nel momento della loro applicazione essi danno forza concreta agli interessi della collettività altrimenti non rappresentati. Gli strumenti tecnico-giuridici di carattere generale non sono dunque altro che una garanzia di rispetto delle scelte compiute politicamente e democraticamente a difesa degli interessi collettivi.
In questo quadro di definizione “a monte” dei valori e degli obiettivi sociali e civili, il valore della pianificazione si inserisce come strumento di concretizzazione che, se da una parte deve garantire la tutela delle risorse naturali, storiche, ed antropiche, dall’altra deve saper rendersi flessibile alle esigenze della società civile ed economica proprio perché forte della già avvenuta assunzione di valori ed obiettivi.


Bologna oggi: pensiamo che …

E’ nostra convinzione che Bologna stia attraversando un periodo amministrativo che vede da una parte la costruzione di un modello urbanistico indefinito nelle sue finalità pubbliche, e dall’altra l’aggravarsi di problemi ambientali e sociali connessi fortemente alle dinamiche di trasformazione del territorio metropolitano.
In più occasioni i rappresentanti tecnici e politici della attuale Giunta Comunale hanno espresso quello che loro intendono per città, partendo dall’ipotesi che la città contemporanea sia il luogo della competizione, e quindi dell’autodeterminazione, e che essa debba prioritariamente attrezzarsi per poter affrontare la sfida economica con le altre città.
A dire il vero, dalla lettura dei documenti fino ad ora noti, sembra assai difficile capire nel concreto quale sia il modello di città della Giunta di Bologna. Il tentativo di lettura della morfologia sociale della città contemporanea sembra assai opaco, e lo è ancor di più quando si tenta di applicare questo modello alla realtà bolognese.

Risulta altresì molto chiaro quanto invece l’amministrazione comunale pensi della pianificazione: la ritiene moribonda, in quanto estranea agli interessi in campo, autoritaria, rigida ed inefficace. Il piano tradizionale è visto come strumento vessatorio nei confronti dei cittadini perché impone condizioni e limiti per la trasformazione delle loro proprietà, auspicando invece per il futuro strumenti che vedano i soggetti privati come unici attori, oltre all’amministrazione comunale (e solo essa), dei processi di trasformazione della città. Ma proprio l’idea che il Piano sia un patto solo per gli imprenditori immobiliari (coloro che si sentono vessati, in quanto soggetti a rigide regole al momento della richiesta della concessione, escludendo invece la grande massa degli altri cittadini che mai chiederanno una concessione ma che vogliono città funzionanti e vivibili) ha in sé un ingenuo (forse) germe antiliberale, oltre che antisociale, teso ad individualizzare scelte, come quelle di trasformazione degli spazi collettivi e cioè degli spazi urbani, che individuali non sono per la loro stessa natura.

Fino ad ora, seppure si sia parlato spesso della riqualificazione urbana come elemento strategico dei prossimi progetti di uso della città, non esistono ancora elementi chiari che ci possano indicare cosa la Giunta intenda per riqualificazione e quali politiche urbane intenda promuovere. Non c’è traccia degli obiettivi che si vuole perseguire con tali politiche, né delle prestazioni che la città deve offrire (più salute? più ricchezza? più integrazione? più servizi? più mobilità? più equità? più ambiente?).


Che fare ? I nostri obiettivi e le prospettive del gruppo

Poichè, come abbiamo sopra cercato di argomentare, vogliamo ritenere l'urbanistica un fatto politico prima che un atto tecnico, o per lo meno riteniamo che il tecnicismo urbanistico sia semplicemente un supporto a decisioni politiche, che dovrebbero essere chiare nelle linee strategiche e nelle volontà verso le quali chi governa ha intenzione di dirigere la città, tramite questo gruppo di persone, di tecnici, ma soprattutto di cittadini, abbiamo l'intenzione di agire, nei modi, nei luoghi e con i mezzi che più riterremo utili, e su cui vogliamo discutere, affinchè chiunque si proponga di governare Bologna nella prossima legislatura, espliciti in maniera chiara ed inequivocabile quali siano le strategie, gli atti e i fatti urbanistici che stanno alla base del proprio modo di governare.
Ciò significa che l'obiettivo generale che ci proponiamo è quello di portare alla ribalta dei programmi politici futuri anche la città e gli strumenti per il suo governo, così come li abbiamo definiti e chiariti, con la consapevolezza che le nostre capacità argomentative, la nostra preparazione tecnica, la nostra capacità di approfondimento, saranno gli strumenti tramite cui potremo realizzare un controllo reale sulla "bontà" di tali programmi, o al contrario, sulla loro banalità.
Com'è ovvio non possiamo proporci di agire sul consenso diffuso, sulla pressione verso i partiti politici derivante da un'azione capillare di argomentazione, di "educazione", di coinvolgimento: ciò spetterebbe semmai ad un partito politico appunto. Vogliamo agire con le conoscenze specifiche che abbiamo, con la capacità analitica e argomentativa, e magari anche - perchè no - con l'autorevolezza tecnica e scientifica degli amici che decideranno di mettersi in cammino con noi.

Se quello appresso descritto rappresenta un obiettivo "strategico", cioè di lungo periodo, è necessario trovare delle azioni a breve termine per riuscire nel percorso che ci siamo dati. Nello specifico si tratta di individuare temi di attualità che riguardano l'urbanistica bolognese - ritenuti particolarmente importanti - analizzarli assieme, con le capacità critiche che ci contraddistinguono, e poi sintetizzarne le conclusioni per una divulgazione efficace a quanti più cittadini possibile, con i mezzi d'informazione che di volta in volta individueremo.


L’appuntamento

Per avviare un lavoro di osservazione, studio e confronto di queste politiche ci serve la collaborazione e l’interesse di altre persone che muovano dalle stesse nostre preoccupazioni e che si riconoscano nei principi sopra enunciati.
Ti proponiamo quindi di partecipare ad un primo incontro, che si terrà il prossimo

24 Maggio alle ore 21 presso la sala del Quartiere San Vitale
in via Rimesse n. 1/12
(a 100 m da via Massarenti sulla destra, autobus 14 fermata bar Diana)

Nella speranza che tu sia interessato all’operazione proposta, ti mandiamo i più cordiali saluti.

Bologna 1 maggio 2001

Mariangela Corrado, Alessandro Delpiano, Francesco Evangelisti, Marco Guerzoni, Elettra Malossi, Chiara Manaresi, Piergiorgio Rocchi, Maurizio Sani, Claudio Spalletti, Michele Tropea.



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