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Bologna: una città da abitare

Data di pubblicazione: 21.02.2003 14:59
L'intervento della Compagnia dei Celestini al convegno promosso dall'Ulivo il 19 febbraio (con l'introduzione di A. De Pasquale)
Il 19 febbraio 2003, l'Ulivo bolognese ha promosso un seminario aperto ad alcune associazioni e ai partiti del centro - sinistra. Riportiamo il nostro intervento e quello di Andrea De Pasquale, che ha introdotto la serata.
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Intervento della Compagnia dei Celestini

Una nuova cultura urbanistica
Qualche giorno fa mi è stato riportato un commento sui tanti incontri che ci sono stati a Bologna nell’ultimo anno sulle prossime elezioni amministrative. La frase diceva più o meno così: “in questi incontri si parla troppo di urbanistica”. Quando gli argomenti sono la scuola, l’immigrazione, la sanità, l’informazione, ecc. è difficile affermare che se ne parla troppo. All’urbanistica invece è data un’attenzione di livello secondario. Anzi, essa è stata sostanzialmente assente dal dibattito politico e culturale sia locale che nazionale, se non quando vi erano problemi di conflitto, quando cioé sorgevano comitati contro quella costruzione o quel parcheggio.
Ciò è accaduto semplicemente perché l’urbanistica è vista dai cittadini come un’attività edilizia, e cioé che serve per costruire case, industrie, strade; un’attività vista con diffidenza, da cui spesso difendersi.
Un’equazione per la quale urbanistica è uguale edilizia, fatta per chi deve costruire. Ma queste persone non hanno torto. Daltronde cosa è stata l’urbanistica bolognese degli anni ’90? O cosa hanno promosso le iniziative legislative sui programmi integrati, o sulla riqualificazione urbana? Oggi, conoscendo gli esiti dell’urbanistica di quegli anni, possiamo serenamente metterne in luce il carattere complessivamente speculativo.
Ecco, la Compagnia dei Celestini nasce proprio per rifondare principi e valori culturalmente diversi. L’urbanistica è uno strumento che contribuisce al soddisfacimento dei diritti di cittadinanza. E siccome si sta comprendendo che le sofferenze attuali di Bologna dipendono anche, ed in alcuni casi in gran parte, da scelte urbanistiche errate, allora forse è spiegato perché, come ha affermato De Pasquale, c’è un nuovo interesse verso l’urbanistica, c’è un nuovo ed ampio fronte culturale e sociale. In questo anno di attività abbiamo potuto constatare che proponendo ai cittadini una definizione dell’urbanistica come strumento per vivere meglio (che è la definizione corretta), in loro nasce interesse, perché capiscono che con diverse politiche urbanistiche è possibile soddisfare loro bisogni.

Diventa quindi urgente che si riformi la cultura del governo fisico della città, dell’urbanistica, ripartendo in modo inequivocabile dall’interesse collettivo. E’ da qui che parte il difficile, e per certi versi imbarazzante, discorso della discontinuità con il passato.
Mi sembra che Bassolino qui a Bologna abbia con incredibile lucidità compiuto una riflessione corretta. Lui diceva che per Bologna il problema non è quello di ripendere un filo spezzato nel 1999, il problema è di aprire una nuova stagione, dicendo che la nuova stagione dovrà essere nei contenuti, nelle persone e nelle forme. Tutti sappiamo che là fuori ci sono decine di migliaia di elettori che stanno aspettando segnali di discontinuità con quei metodi, quei programmi e quegli obiettivi che nella sinistra sono stati gli accelleratori della sconfitta politica e anche della caduta della passione civile.
Per noi discontinuità non vuol dire fare una rivoluzione o radicalismo nelle posizioni, vuol dire in primo luogo una nuova stagione culturale. Ma forse, ascoltando la relazione di apertura, leggendo il documento presentato, osservando anche il buon lavoro compiuto dall’opposizione in consiglio comunale, osservando cosa succede in giro, questa nuova stagione è finalmente partita. A me sembra proprio che l’Ulivo oggi riparta anche dall’urbanistica.

Per garantire successo a questa “nuova stagione” dobbiamo però impegnarci su due fronti: la definizione di un progetto urbanistico per Bologna e la coerenza delle scelte.

Coerenza nelle scelte
Parto da quest’ultima perché più delicata. La Giunta Guazzaloca sta compiendo scelte gravi e preoccupanti: mi riferisco alle 27 aree di riqualificazione urbana dell’odg 136, all’area Seabo affianco a Borgo Masini, al metrò, alla sede unica degli uffici comunali, all’area Staveco, alla nuova Stazione, tutte scelte che non porteranno benefici alla mobilità, che non contribuiranno a vivere meglio, anzi in molti casi contribuiranno a vivere peggio, ad essere più inquinati, ad avere meno spazi pubblici, a non soddisfare bisogni virtuosi assecondando invece quelli viziosi.
Crediamo sia lecito allora chiedere all’Ulivo e ai suoi rappresentanti istituzionali (Comuni, Quartieri, Provincia, Regione) di assumere una propria unitaria posizione e di esprimerla senza ambiguità. Il nostro progetto di città è diverso da quello della Giunta, e questa diversità non può essere comunicata con tentennamenti. Questo non vuol dire che se la Giunta propone progetti giusti non li si debba valutare tali, anzi. Il problema è che i progetti fino ad ora proposti sono terribilmente sbagliati. Credo che non abbia fatto bene a nessuno che i 6 quartieri del centrosinistra abbiano votato in modo disorganico sull’odg 136. Non fa bene a nessuno che sull’area Seabo ci siano stati due differenti voti del centrosinistra in consiglio provinciale e in quello comunale. Non fanno bene certi assensi dati dalla Regione su scelte della Giunta Guazzaloca. Sappiamo bene che da soli non si va lontano. Comprendiamo benissimo i Quartieri che preferiscono quel poco che gli dà l’odg 136 piuttosto che niente, nonostante il grande impegno dei Quartieri per avere il massimo da quelle proposte. Ma con quale risultato? Con il risultato di avvallare politiche sbagliate per la città. Di assecondare scelte che contraddicono nei fatti quello che c’è scritto nel documento di quest’iniziativa: la residenzialità, il decentramento, ecc. Non possiamo più contraddirci. E questo è un invito passionale, non è un’accusa. Dobbiamo elaborare un’azione unitaria e ogni rappresentante istituzionale deve sentirsi rafforzato da questa azione unitaria. Se l’urbanistica del “caso per caso” è sbagliata allora la si fermi, si fermi l’odg 136, si fermi l’area Seabo, si fermi il progetto di nuova stazione, si fermi il metrò. Fermare, perché quelle cose ci faranno vivere peggio. E si faccia capire che l’Ulivo è contro quelle cose perché offre una diversa idea di città, e soprattutto offre un progetto per vivere meglio.

Il nuovo progetto di città
E qui vengo al secondo punto, il progetto di città appunto. Noi indichiamo due priorità sulle quali assumere l’importante sfida per amministrare questa città: la riqualificazione urbana e la mobilità. Qualità urbana vuol dire qualità, quantità e cura degli spazi pubblici (parchi, scuole, strade e piazze, centri sociali), qualità dell'offerta culturale, qualità dell'offerta abitativa (case di qualità a prezzo contenuto per la vendita e l'affitto), qualità dei servizi pubblici e privati di eccellenza (i grandi teatri, la stazione centrale, l'università, l'aeroporto, la Fiera, ecc.). Inoltre per qualità della vita urbana si intende anche trasporti pubblici efficienti, mobilità pedonale e ciclabile, più sicurezza stradale, maggiore qualità dell'aria e minor rumore, un centro storico protetto, tutelato, pedonalizzato e ricco di attività non invasive. Già quest’elenco fa capire quanto l’urbanistica e le altre politiche urbane abbiano un ruolo importante nella vita dei cittadini e quanto possa contribuire a risolvere problemi non solo edilizi (mi riferisco a quella persona che mi diceva che si parla troppo di urbanistica).
Ma come fare per ottenere queste qualità?
Il documento di quest’iniziativa contiene proposte importanti e condivisibili, anche nella parte più strategica riferita alle scelte di scala metropolitana che riporterebbero, dopo tanti anni, il progetto alla giusta scala territoriale. Non mi soffermo su questi aspetti, perché appunto condivisi.
Vorremmo dare un valore aggiunto al documento indicando 4 idee:

1. ll nuovo progetto di città dovrà essere elaborato all’interno di un nuovo Piano Urbanistico. Con ciò affermiamo che la nostra città necessita di una nuova «cassetta degli attrezzi», per i processi di trasformazione, grandi ma anche piccoli, strategici ma anche contingenti. Il processo di pianificazione è il mezzo che meglio di altri può soddisfare l’esigenza di porre condizioni condivise, pubbliche e trasparenti per le scelte di trasformazione che matureranno nel tempo. Spesso si afferma la contrapposizione tra la rigidità e l’inefficacia della pianificazione rispetto alla comodità e alla concretezza della concertazione. Al di là di quello che è avvenuto con i programmi integrati, nessuno, di questi tempi, nega la necessità di relazioni e compromessi con tutte le forze – pubbliche e private – che agiscono simultaneamente sul territorio, ma riconoscendo questa necessità siamo altrettanto convinti che senza conoscere le regole di un gioco non si gioca nessuna partita! Affermiamo dunque che questo strumento urbanistico – cioè il Piano – può garantire una partita giocata correttamente.

2. La nuova politica per il ripopolamento di Bologna è fattore determinante: nel documento giustamente si dice che la popolazione residente è il presidio indispensabile della qualità urbana. E quindi, sempre citando il vostro documento, un’offerta abitativa che sappia dare case a lavoratori, giovani coppie, immigrati, studenti (sia a ceti disagiati ma anche a quelli medi). Quindi case a prezzi più bassi, ma anche nuovi spazi per i servizi, la socialità, il verde. De Pasquale dice che lui come consigliere di Quartiere sa che esistono necessità, nelle varie parti del suo quartiere, che partono da esigenze dei cittadini che vi abitano. Il recupero della residenzialità nasce da una nuova offerta abitativa, economicamente più accessibile, ma anche dall’individuare quelle necessità, quella domanda di spazi per la collettività.
Ma queste nuove case e queste nuove aree pubbliche dovranno essere reperite all’interno delle aree che sono già pianificate e delle aree dismesse o dismettibili. Dobbiamo dichiarare chiusa la fase espansiva di Bologna. E questo per due motivi. Primo motivo: le capacità pregresse del Piano Regolatore sono di tale entità da soddisfare abbondantemente anche le previsioni più ottimistiche di crescita della popolazione (dobbiamo inoltre rivedere queste capacità, e nel caso riprogrammarle e ridislocarle in luoghi organici alle strategie del nuovo Piano Strutturale); inoltre vi sono importanti aree dismesse o dismettibili che saranno comunque fonte di nuova domanda di insediamento che dovranno essere governate coerentemente dal Piano. Secondo motivo:
venerdì scorso il prof. Rullani all’incontro dell’Ulivo nazionale ha sostenuto, come economista, che lo sviluppo economico potrà essere garantito se sarà uno sviluppo qualitativo, dichiarando che quello quantitativo (inteso anche in termini di espansione territoriale) non produrrà un futuro prospero. La stessa cosa è stata affermata da Gianantonio Stella la settimana scorsa sul Corriere della Sera, valutando i processi di urbanizzazione del Veneto. Nuova residenzialità vuol dire quindi case a basso costo e nuovi spazi per più qualità urbana, cose che deveno essere ricercate prioritariamente attraverso la riorganizzazione del tessuto urbano esistente, la revisione progettuale delle aree già pianificate, la rifunzionalizzazione delle aree dismesse.

3. Mobilità e trasporto pubblico. Il documento è già chiaro sulle scelte di mobilità da compiere, e sono da noi condivise. Noi aggiungiamo che queste scelte devono essere però perseguite con la massima determinazione. Il SFM ha bisogno di uno sforzo finanziario maggiore rispetto a quello che oggi esiste: date da subito un segnale anche su questo. Il sistema di trasporto di massa dovrà essere disegnato per offrire realmente un’alternativa al mezzo privato. Il tema della nuova stazione non è stato affrontato nel documento, c’è forse una sorta di sindrome della sconfitta dopo le polemiche create con il progetto Boffil, ma noi continuiamo a ritenere tale tema centrale per l’impianto di tutto l’assetto strategico delineato per il decentramento sull’SFM, e ancor di più alla luce delle proposte della nuova Giunta. La mobilità non motorizzata deve assumere uno spazio maggiore nelle scelte che si compiranno e anch’essa un impegno finanziario straordinario. Si dica chiaramente che il centro storico dovrà essere liberato dalle auto (si pensi che solo un terzo dei permessi attuali è di residenti) e quali parti dovranno essere pedonalizzate. . Si cominci da subito a richiedere interventi sull’attuale rete di autobus (come indicato giustamente nel documento), perché quale che sia il sistema di trasporto di base adottato, la rete capillare degli autobus, svolgerà sempre il servizio più diffuso

4. Investire capitale pubblico a Bologna. I progetti per il futuro richiederanno investimenti straordinari, e questo è un problema da non tenere nascosto. Allora è necessario governare i processi di privatizzazione a cui stiamo assistendo (fiera, seabo, aeroporto, ecc.). A distanza di molti anni dobbiamo essere orgogliosi che un tempo l'amministrazione pubblica bolognese investì in questi importanti funzioni che hanno donato alla città di Bologna delle occasioni di crescita civile, culturale ed economica. Recuperiamo quell’orgoglio e rilanciamolo. Ora è arrivato il momento di privatizzarli (non mi esprimo nè a favore nè contro), ma nessuno sa che cosa si farà con quei denari (così come successe per le farmacie comunali). Ebbene, è necessario reimpiegare quei denari in progetti altrettanto ambiziosi. La Regione, la Provincia ed il Comune devono reivestire quei denari a Bologna per aumentarne il grado di qualità, di accessibilità pubblica e di presenza di funzioni di eccellenza. Sono cifre enormi che non possono rientrare nei bilanci pubblici per fare "manutenzioni ordinarie di spesa corrente".

Chiudo dicendo che la compagnia dei celestini mobilita qualche decine di persone con qualche centinaio di simpatizzanti: numeri quindi che non spaventano e non attraggono nessuno sul piano della contabilità elettorale. Ci interessa contribuire, per quel che possiamo, a ridare speranza alla città per un futuro dove il progresso non sia sinonimo solo di crescita ma anche di equilibrio, di equità e di bellezza. La nostra disciplina, l’urbanistica, è chiamata ad assumersi l’importante responsabilità di contribuire ad avere una città migliore, rispetto a quella che abbiamo oggi. Questa volta non possiamo sbagliare.

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Introduzione di Andrea De Pasquale

Questa sera siamo qui per aprire una discussione ed avviare una fase di ricerca che ha come obiettivo finale la definizione da parte dell’Ulivo di un programma chiaro e condiviso sulle politiche urbanistiche a Bologna. Abbiamo scelto come base un documento che contiene alcune linee guida forti, che puntano ad invertire le tendenze di accentramento e sfruttamento economico del territorio proprie di questi ultimi anni, e a rilanciare una fase coraggiosa di nuovo protagonismo della politica nel governo del territorio, non più abbandonato alle sole logiche della rendita, non più considerato come pura merce di scambio.
Sono linee che saranno meglio illustrate dalle due relazioni che seguiranno, quella di Giuseppe Campos Venuti, ispiratore di molte delle idee contenute nel documento, e quella di Tiberio Rabboni, impegnato – con la definizione del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale – in un lavoro di raccordo e pianificazione delle dinamiche urbanistiche di Bologna nel contesto dell’intera area provinciale e regionale.
Credo importante però introdurre questo incontro, che per noi rappresenta un po’ l’apertura di un cantiere, con 3 riflessioni:
1) sulla rinascita dell’interesse diffuso per l’Urbanistica;
2) sulla riassunzione di responsabilità della politica in tema urbanistico;
3) sulle attuali dinamiche di trasformazione e consumo degli spazi urbani.

1) La rinascita dell’interesse diffuso per l’Urbanistica
6 anni fa, nel dicembre ’97, quando scrivemmo sul Mosaico un editoriale sulle allora imminenti scelte urbanistiche del Comune, la reazione raccolta fu abbastanza fredda. Sembrava che rispetto a temi “politicamente caldi” come scuola, sanità, sicurezza, il tema della progettazione e dell’utilizzo del territorio suonasse come astratto, non prioritario.
La percezione diffusa della materia urbanistica (non solo tra i cittadini comuni, ma anche tra i gruppi più sensibili ed impegnati sul fronte della socialità e della solidarietà) era quella di una attività meramente tecnica, che si svolgeva nelle stanze chiuse degli addetti ai lavori.
Una attività – è questo il dato più interessante – che appariva in qualche modo non giudicabile, non sindacabile da parte dei cittadini, perché essenzialmente soggetta a norme procedurali – complicate, tecnicistiche, burocratiche – che solo gli addetti ai lavori potevano interpretare. Le scelte di utilizzo del territorio apparivano in qualche modo sottratte al dibattito, alla pubblica opinione: “se la legge lo consente, se l’iter procedurale è corretto, qualsiasi scelta VA BENE”.
Oggi questo quadro è radicalmente cambiato. In 6 anni è successo qualcosa. In estrema sintesi, la novità essenziale è che molte persone hanno imparato a stabilire un nesso, un collegamento tra la propria qualità di vita e le scelte di organizzazione del territorio, delle sue infrastrutture e dei suoi servizi.
Nel concreto, i cittadini in quanto residenti, lavoratori, automobilisti, pedoni, si sono accorti che una parte importante dei loro disagi e della loro fatica quotidiana viene a dipendere da scelte (o mancate scelte) di progettazione del territorio.
Pensiamo ad un diritto banale, quello di uscire di casa e di muoversi per il quartiere, diritto frequentemente ridotto, e in alcuni casi negato. Ed ho in mente esempi concreti, tratti dalla vita del mio quartiere, come via Massarenti, dove la frammentarietà dei percorsi pedonali, l’aggressione delle auto in sosta e l’estrema pericolosità degli attraversamenti, finisce per scoraggiare molte persone ad uscire di casa, soprattutto se anziane, o con difficoltà di deambulazione, o con bambini piccoli. Oppure pensiamo al gesto quotidiano di accompagnare i bambini a scuola, che diventa una vera e propria battaglia tra ingorghi stradali e caccia al parcheggio: ad esempio nel plesso scolastico delle Scandellara, servito da una strada senza marciapiede, senza autobus di linea, senza piste ciclabili: all’entrata e all’uscita da scuola è un caos, una bolgia di automobili, ma potrebbe essere diversamente?
Sono piccoli esempi di disagio urbano che potrebbero continuare all’infinito, e che i cittadini hanno imparato a ricondurre a carenze di progettazione del territorio.
In questa prospettiva va letto il risveglio dell’interesse di molti ambienti per la materia urbanistica, così come la nascita di decine di comitati, alcuni sorti per combattere il degrado di certe zone, altri per contrastare scelte di ulteriore consumo e sfruttamento del territorio, altri ancora per imporre la realizzazione di verde o di altri spazi di interesse collettivo. E’ importante notare che la maggioranza di questi comitati non ha dato voce solo ad interessi particolari e corporativi, ma ha sollevato questioni di valore cittadino, ponendo al centro la difesa e la promozione di interessi diffusi e collettivi.
Con diversi di questi comitati, e in generale con i cittadini di nuovo interessati al territorio, abbiamo iniziato a lavorare sia come Quartieri, sia come gruppo di lavoro Bologna città Moderna, perché siamo convinti di essere di fronte ad un fenomeno positivo, ad nuova presa di coscienza, di consapevolezza che alla fine dei conti l’attività urbanistica può, anzi deve essere giudicata per i suoi esiti materiali, per i suoi risultati sull’organizzazione del territorio, sulla qualità di vita dei cittadini; e ancora di più, sul rafforzamento o indebolimento del tessuto di socialità, di relazioni, di appartenenza che è alla base della condizione di cittadinanza.
E si tratta di esiti e di risultati concreti, misurabili, raffrontabili, non astratti, estetici, soggettivi.

2) Una nuova assunzione di responsabilità della politica in tema urbanistico
Il sorgere di comitati e più in generale la formazione di un fronte culturale che negli ultimi mesi ha ricollocato l’urbanistica al centro dell’idea di città e dei diritti di cittadinanza, ci portano a concludere che è in atto una rinascita di interesse per l’urbanistica intesa – e qui sta la novità – non più come attività meramente tecnica, ma come attività essenzialmente politica, di cui quindi la politica deve assumersi, davanti ai cittadini, piena responsabilità.
E con questo veniamo al cuore dell’incontro di oggi, e del percorso a cui oggi diamo avvio. Che dovrà portarci a definire una posizione condivisa, ma anche chiara e credibile, sulle scelte di trasformazione e utilizzo del territorio che qualificherà il programma dell’Ulivo. A dichiarare senza ambiguità le cose che vogliamo promuovere e quelle che invece vogliamo contrastare. A impegnarci davanti ai cittadini per obiettivi definiti e precisi, e a usare tutti gli strumenti messi a disposizione dalla politica per perseguirli.
E a questo proposito non possiamo eludere il tema del processo decisionale, soprattutto a fronte della prassi che questa giunta ha imposto. L’attuale processo di formazione delle decisioni urbanistiche è per gran parte indecifrabile, spesso addirittura sottratto agli stessi organi rappresentativi dei cittadini. A una interrogazione di un consigliere di opposizione che muoveva osservazioni preoccupate sulla destinazione dell’area Ex Seabo, Monaco ha risposto per iscritto che la preoccupazione era priva di fondamento perché non supportata da informazioni autentiche, ma solo riportate dalla stampa, e che dal canto suo non avrebbe dato alcuna informazione sul progetto, perché esso sarebbe stato presentato alla stampa una volta ultimato.
L’impressione è che agli stessi organi politicamente competenti le decisioni arrivino in qualche modo pre-formate, e con tempi e scadenze che impediscono approfondimenti e consultazioni con i cittadini. A chi cerca di intercettare una determinazione urbanistica prima che diventi irreversibile, si presenta con ricorrenza il fenomeno per cui fino ad un certo momento è troppo presto per intervenire, e quelli che avanzano sono tutti atti dovuti, privi di significato, e dopo quel certo momento è troppo tardi per fare alcunché, perché i giochi sono fatti e i diritti acquisiti.
Su questo problema occorre credo una chiara presa di posizione da parte dell’Ulivo, che deve impegnarsi a ristabilire prassi e comportamenti radicalmente diversi da quelli dell’attuale maggioranza, e ispirati alla trasparenza, alla partecipazione e alla pubblica assunzione di responsabilità rispetto alle scelte di uso del territorio.
E a proposito di assunzione di responsabilità, colpisce come sul territorio siano accadute e continuino ad accadere cose di cui nessuno rivendica la paternità. Molte trasformazioni urbane avanzano portate avanti da mani invisibili, orfane di qualsiasi volontà politica, sotto il velo della ineluttabilità del mercato, della legittimità degli interessi economici dei privati. Questo non è più accettabile. Anche su questo occorre che l’Ulivo si esprima, ad evitare che il mercato diventi il pretesto per una irresponsabilità della politica rispetto all’uso del territorio, la foglia di fico dietro cui si nasconde una pericolosa abdicazione della Pubblica Amministrazione rispetto al ruolo di tutela degli interessi collettivi, in fisiologico bilanciamento degli interessi particolari dei proprietari.
Proprietari che d’altro canto sono anche cittadini, e se da un lato spingono progetti mirati a massimizzare il proprio utile, dall’altro pagano come tutti le conseguenze di una crescita urbanistica caotica e speculativa. Occorre quindi che nel programma che uscirà dal confronto oggi iniziato l’Ulivo dia un forte segnale in questo senso, nel senso cioè di una chiara assunzione di responsabilità politica rispetto all’individuazione dei bisogni, alla definizione degli obiettivi e poi degli strumenti attuativi in materia di governo del territorio, anche in funzione di contrappeso e di attenuazione delle dinamiche puramente mercantili, che lasciate a sé stesse non possono produrre qualità urbana (la terziarizzazione del centro storico è lì a dimostrarlo).

3) Le dinamiche attuali di trasformazione e consumo degli spazi urbani
Poiché le visioni a larga scala sullo sviluppo urbanistico di Bologna saranno oggetto delle due relazioni che seguiranno (il tema dello sviluppo policentrico delle funzioni di eccellenza, il tema della mobilità collettiva su ferro e della accessibililtà dei grandi poli di attrazione, il tema della rivitalizzazione del centro storico con la trasfusione di nuovi residenti), vorrei proporre alcune osservazioni di piccola scala, in merito ai processi di trasformazione minuta del territorio, di utilizzo degli spazi urbani, che abbiamo visto e vediamo accadere sotto i nostri occhi, in larga parte sotto l’etichetta della Riqualificazione Urbana.
In proposito sono grato a Vitali delle affermazioni fatte nell’intervista uscita ieri su il Domani, per il coraggio e l’intelligenza con cui analizza in modo critico l’esperienza dei Piani Integrati, riconoscendo in essi una certa perdita di controllo sullo sviluppo urbanistico. Sono affermazioni importanti, che ci permettono di guardare al futuro e di lavorare al nostro programma con grandissima serenità, al nostro interno e davanti agli elettori, e con grande determinazione.
Ma quelli che sono stati degli “effetti negativi e indesiderati” della prima stagione di Riqualificazione Urbana, sembrano diventati con Guazzaloca obiettivi lucidamente perseguiti: penso ai PRU, cioè a quei Piani di Riqualificazione Urbana seguiti all’odg. 136 che qualcuno ha ribattezzato Pretesti per il Riempimento Urbano (si leggono sempre PRU), e che Monaco ha dichiarato testualmente interessare “aree soggette a degrado, come attività produttive dismesse o aree verdi non realizzate”.
Rispetto a questo modo di commerciare e consumare il territorio l’Ulivo deve prendere una posizione netta. Nel programma che andiamo a elaborare dovrà avere spazio una strategia precisa riguardo al riutilizzo dei vuoti urbani e delle aree dismesse. A partire da alcune domande.
Il verde non realizzato è degrado? I vuoti urbani sono di per sé degrado? E il semplice riempimento edilizio di quei vuoti si può chiamare “Riqualificazione”? Le porzioni di territorio non ancora urbanizzato (o soggette a nuova destinazione urbanistica) non rappresentano al contrario un capitale prezioso per la città? Non costituiscono forse un patrimonio che va amministrato primariamente come opportunità di mitigazione del carico urbanistico e delle sofferenze presenti nel territorio circostante? Oppure dobbiamo anche noi considerarle come “vergogne” da cancellare con ulteriore densificazione del tessuto urbano?
In questo senso guardo con preoccupazione allo zelo con cui si perseguono progetti di riutilizzo di contenitori dismessi, anche per attività in sé lodevoli come quelle giovanili: infatti tali progetti, mentre dichiarano di volere dare “spazio al futuro”, in senso propriamente urbanistico finiscono al contrario per chiudere spazi al futuro, e per privare il territorio di quei pochi comparti ancora decidibili ed utilizzabili per insediarvi funzioni di cui la città è carente (verde, parcheggi, scuole, case di riposo, servizi vari…)
Un altro punto su cui occorre prendere posizione è quello della dispersione urbana e dell’espansione casuale dell’edificato. Il territorio ai margini della città sembra assumere, grazie a puntuali interventi di riqualificazione, un aspetto da “battaglia navale” che rende difficile se non impossibile una futura progettazione armonica e complessiva. Penso ai PRU su via Pallavicini e via Canova, insediamenti che crescono pezzo dopo pezzo, in assenza di un progetto che insieme alle residenze preveda collegamenti e servizi. Una crescita per “metastasi”, un prolasso del tessuto urbano che dilaga in campagna, senza un disegno armonico e senza preservare i corridoi e gli spazi vitali per la realizzazione di infrastrutture o servizi, nel presente o nel futuro.
Vi è poi un tema, a cui faccio solo un cenno, di effettività e di coerenza degli standard. Sull’effettività, penso ai casi di verde pubblico “annidato” dentro la proprietà privata, di fatto non fruibile dai cittadini (vedi le proposte 62 e 66 dei PRU), che di fatto diventa verde condominiale con la manutenzione pagata dai cittadini. Sulla coerenza, penso all’area CVT (fascia boscata) nel tratto di tangenziale verso San Lazzaro, prima della collina dei rifiuti. Sulla stessa area, in un comparto il Comune ha avallato l’idea di chiedere ad un privato la realizzazione di un tratto di fascia boscata in cambio della costruzione di un edificio in Cirenaica, e nel comparto accanto ha approvato un PRU con annessa variante urbanistica che rinuncia alla fascia boscata a favore di un centro commerciale. Bene, questo cambiare le carte in tavola e scegliere dal mazzo di volta in volta le motivazioni e gli obiettivi più consoni a giustificare qualsiasi proposta dei proprietari e dei costruttori non è accettabile. Credo che l’Ulivo non possa sottrarsi al compito di dichiarare finita questa prassi.
Tutto questo forma un quadro in cui, purtroppo, l’azione della pubblica amministrazione (che dovrebbe promuovere e difendere gli interessi diffusi, in un corretto gioco delle parti con i privati che invece promuovono e difendono il proprio interesse economico) si fa scudo delle regole del mercato per venire meno al proprio ruolo. Al governo della politica si sostituisce il governo della rendita, e Bologna è sempre più piena di monumenti a questa abdicazione: un sottopasso in zona Fiera concepito non per fluidificare il traffico ma per rendere abitabili, quindi vendibili, gli appartamenti sul fronte strada ai piani bassi. Terrapieni e barriere antirumore per consentire l’edificazione di residenze a fianco di tangenziali e svincoli. Progettazioni ad arcipelago che funzionano al contrario, che permettono cioè di infittire il tessuto urbano dove la costruzione rende molto, e di spostare il verde in aree periferiche dove la costruzione rende meno.
(Il caso della fascia boscata dietro via Canova è un esempio luminoso in questo senso: la progettazione congiunta di due comparti tra loro distanti, ha prodotto nei fatti ulteriore densificazione nell’area già fortemente urbanizzata, la Cirenaica, certamente più interessante dal punto di vista della rendita edilizia, ed ha spostato la realizzazione del verde ai confini con San Lazzaro, in una zona marginale, all’ombra della collina dei rifiuti, dove costruire non conviene).
Non solo, ma emerge anche una concezione della Pubblica Amministrazione in gara alla pari con i privati nello sfruttamento economico del territorio. A sostegno del progetto relativo alla Cittadella del Rugby, che il Comune vorrebbe realizzare accanto al Pianeta su un grande comparto (120.000 mq) oggi destinato ad usi agricoli, il Comune ha addotto, come punto di forza del progetto, che l’edificato si manterrebbe al di sotto dei limiti consentiti dalla legge, come a dire: in una ottica speculativa si potrebbe fare di peggio. Peccato che l’area sia di proprietà comunale, quindi pubblica, quindi dei cittadini. Mi pare difficile accettare da cittadini che chi amministra la nostra proprietà lo faccia come un privato, con la logica di massimizzarne il profitto. E considerazioni analoghe si possono fare sull’area Ex Seabo sui viali, dato che fino a prova contraria gli azionisti di SEABO (oggi HERA) sono pubbliche amministrazioni.
Ritengo insomma che l’Ulivo, nel programma di governo che presenterà ai cittadini, dovrà smarcarsi da questa cultura e da questa prassi, recuperando l’idea forte di territorio inteso come bene collettivo su cui investire, come tesoro prezioso e limitato, come risorsa non rinnovabile: non si produce territorio, non si acquista, non ne nasce, non ne piove. Ogni scelta di consumo deve quindi essere estremamente attenta, parsimoniosa e consapevole dei vantaggi e degli svantaggi che ne derivano per la collettività oggi, e domani per chi verrà dopo di noi.
Concludo rilanciando due idee, che consegno alla riflessione che da oggi prende avvio.
La prima è quella di rimettere mano all’idea di riqualificazione non più come addensamento ed espansione dell’edificato, ma come utilizzo degli spazi soggetti a trasformazione, nella direzione di mitigare, alleviare, laddove possibile risolvere i problemi e le sofferenze urbane delle zone attigue. E di farlo con una azione politica capace di andare incontro agli interessi dei proprietari, ma anche di spostare i loro diritti edificatori in comparti di nuova progettazione dotati di vera capacità insediativa. Questa politica di perequazione e redistribuzione dei diritti edificatori sul territorio permetterebbe di liberare spazi vitali laddove il tessuto urbano è già troppo denso (centro e prima periferia) e creare identità e centri di aggregazione laddove la città è dispersa e casuale (estrema periferia). Si potrebbero realizzare in questo modo, nelle aree fortemente urbanizzate, innanzitutto parcheggi di vicinato, per liberare le strade dalla sosta e ricavare quindi gli spazi per percorsi pedonali e ciclabili, e poi aree verdi, anche piccole ma diffuse e raccordate.
La seconda è quella di destinare una quota molto significativa dei grandi comparti soggetti a trasformazione (ex mercato ortofrutticolo, ex aree militari, ex aree ferroviarie) alla realizzazione di un verde non solo ornamentale, ma capace di fare massa critica per contrastare l’inquinamento ed offrire ai bolognesi luoghi di ristoro, di incontro, di attività collettive e di contatto con la natura.
Io mi fermo qui. La parola va adesso ai relatori che ci illustreranno le grandi scelte strategiche che permetteranno alla nostra città di recuperare la qualità che ha perduto, e di tornare ad essere una città non solo comoda da usare, ma anche bella da abitare e da vivere.



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