Infobox in piazza Re Enzo, le idee dei Celestini
Data di pubblicazione:
12.05.2003 15:39
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| Due documenti sul progetto della struttura informativa che sta facendo molto discutere. |
Il così detto infobox dei progetti di Guazzaloca è una struttura progettata dall'architetto Cucinella, a forma di gocce, in piazza Re Enzo. Servirebbe per raccontare ai cittadini cosa vorrebbe fare l'amministrazione comunale per trasformare la città: una specie di "urban center". A un anno dalla scadenza elettorale questa operazione è suonata molto propagandistica e poco utile allo scopo originario di questi luoghi deputati all'informazione e alla partecipazione, circa i progetti per il futuro di una città. Molti cittadini, politici e intellettuali si sono mobilitati contro questa struttura, ritenuta deturpante per il centro storico. Ci e' parso tuttavia, pur rimanendo molto discutibile l'operazione politica, che fosse necessario ragionare nel merito di due questioni: l'utilita' di un luogo informativo e partecipativo sui futuri possibili o probabili di Bologna e la possibilità di ricercare soluzioni formali, anche nei centri storici, che si possano ditinguere dall'architettura antica o storica, senza per questo "deturpare" un luogo di memoria.
Piergiorgio Rocchi ha scritto questa nota, condivisa dalla maggioranza del direttivo dei Celestini e ripresa dai quotidiani di Domenica 11 maggio.
Piu' sotto trovate anche un ulteriore nota scritta da un amico architetto, sempre per ragionare in modo libero su questo tema. Pubblicheremo, se ce ne saranno, anche altri interventi.
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Piergiorgio Rocchi*- urbanista
L’ennesima occasione persa….
Devo premettere a questa breve nota che personalmente ho scarsa stima dell’attuale amministrazione comunale: ritengo che le poche scelte fatte (perché solo di scelte si tratta fin’ora e alcune pomposamente definite ‘strategiche’), non siano assolutamente condivisibili e che in particolare non si debbano spendere milioni di euro, di tutti, per pubblicizzarle.
Però rispetto alla presa di posizione di alcuni importanti intellettuali e professionisti bolognesi nei confronti delle ‘Gocce’ di Cucinella, del c.d. info-point del comune, credo che si possa sommessamente parlare di battaglia di retroguardia.
Con la scusa di difendere il ‘Centro Storico’ (e suoi presunti valori), peraltro largamente alterato nelle sue parti più significative da interventi di vario tipo, (si pensi a come si è affrontato architettonicamente il vuoto davanti a palazzi storici nel centro, si pensi agli interventi su contenitori edilizi sedi di grandi catene di abbigliamento, etc.), si cerca sostanzialmente di contrastare un evento culturale importante e anche in parte innovativo, che può essere visto come un tentativo di riaprire un discorso dimenticato e cioè quello del rapporto tra ‘antico’ e ‘nuovo’ o ‘moderno’, nel tessuto insediato storico. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. La piazza, le piazze, ad esempio sono da sempre state momento di aggregazione e spesso si è ricorsi a strutture temporanee per meglio esaltare questa funzione (chi si ricorda la bella tenda del 1967, in piazza Maggiore, progettata da Sacchetti, per pubblicizzare la tangenziale?). Il punto è che da noi si può dire che manchi una cultura dell’intervento architettonico ex novo nel tessuto storico, questione affrontata fino alla meta degli anni ’60 con la mano (poco creativa) pesantissima della speculazione edilizia.
In un centro storico devastato dall’incuria dei proprietari, dall’insensibilità delle amministrazioni che si sono succedute nel tempo, compresa l’ultima, in un centro che ha visto progressivamente perdere larga parte dei suoi connotati sociali, in cui il ‘recupero edilizio’ (spesso anche pubblico) ha quasi sempre significato ‘sostituzione sociale’, in un centro in cui chi doveva vigilare sugli interventi esercitando un positivo controllo ha in realtà svolto un ruolo di ferreo censore degli interventi di quasi tutti i progettisti in nome di una incomprensibile estetica, quasi di regime, bene in questo centro storico l’inserimento di una struttura, per di più temporanea, al di là della palese e acclarata incapacità degli attuali amministratori di gestire un’operazione del genere – con questo malcelato senso di ‘famedio’ mediatico -, cioè una operazione culturale come le Gocce di Cucinella, poteva e può ancora diventare una grande occasione per riaprire (o aprire?) un confronto sull’uso della parte storica della città e dei suoi spazi pubblici, tra progettisti e utenti della città stessa.
Ecco si può dire che su un tema così stimolante, a partire dall’info-point in quella zona, ci si sarebbe dovuti confrontare in tanti magari attraverso un concorso d’idee (anche se a Bologna da sempre i concorsi di architettura finiscono male, ma non è detto che debba durare in eterno).
Infine mi domando, senza malizia naturalmente: e se l’avesse progettata qualcun altro la struttura? E ancora: non avevano lo stesso impatto (e costi), le strutture temporanee realizzate per restauro del Nettuno? Mi domando in ultimo: perché nessuno s’inalbera guardando recenti progetti di trasformazione del tessuto urbano ai margini del centro storico, in zone altrettanto significative anche dal punto di vista urbanistico, e che pure avranno un impatto formale enorme (e non temporaneo) e perché nessuno s’infastidisce godendo della qualità architettonica degli ultimi recenti interventi di riqualificazione urbana in città?
* fa parte della Compagnia dei Celestini
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una lettera di un amico
L’iniziativa Vitali-Grignaffini, tesa a bloccare il progetto adducendo motivazioni formali ed architettoniche si è rivelata, come era facile prevedere, un doppio clamoroso autogol.
Il primo è politico.
L’esame ministeriale degli atti, sollecitato alla (vana) ricerca di qualche falla burocratica nel pasticcio, ha sancito invece la bizantina regolarità formale dell’iter autorizzativo, e la consueta acquiescenza della Soprintendenza sugli interventi “che contano”, tappando la bocca, su quel fronte, agli ingenui che speravano in un parere contrario.
L’infopoint è una iniziativa discutibilissima sul piano dell’opportunità politica ed economica. Le voci (con questa giunta è impossibile avere notizie e cifre certe) dicono che costerà circa 2 milioni e mezzo di euro per due anni di attività, circa duecento milioni di vecchie lire al mese: affittare il Palazzo dei Congressi costerebbe meno.
Il Comune è costretto ormai da due anni a risparmiare su tutto (asili, manutenzione delle strade, urbanizzazioni, servizi sociali), per far fronte a spese a volte discutibili e a volte decisamente bislacche, facendosi carico di oneri sociali enormi per favorire l’interesse (politico o economico) di alcuni singoli o gruppi di interesse.
In questo contesto, Vitali e Grignaffini non hanno trovato niente di meglio che attaccare l’iniziativa sul piano formale e architettonico, facendosi portatrice (in maniera presumiamo inconsapevole) di una cultura architettonica e urbanistica ultraconservatrice.
E questo è il secondo autogol.
La cultura architettonica è anche, in certa misura, cultura etica, quindi politica.
Sostenere che un linguaggio architettonico moderno è incompatibile con i contesti urbani storicizzati è una posizione sommaria o incompetente nella migliore delle ipotesi, strumentale e interessata nella peggiore.
Bologna da trent’anni è impermeabile a qualunque autentica riflessione sulla convivenza, in ambito architettonico, del moderno con lo storico.
Il rigidissimo conservatorismo che vige a Bologna in materia architettonica, pur nato con molte valide motivazioni negli anni ’70, si è ormai trasformato in un comodo sistema (anche di potere) per eludere il difficilissimo tema del confronto fra il nuovo e l’antico, e per conservare intatta una egemonia culturale (instaurata d’ufficio e non modificabile), che non è possibile, o conveniente, mettere in discussione.
L’epocale occasione della ex Manifattura Tabacchi, sciupata con una miopia urbanistica e architettonica veramente sconcertante, dice tutto.
A Bologna, checché se ne dica, da decenni è vietato qualunque linguaggio architettonico nel centro storico che tenti un dialogo fra l’antico e il moderno, essendo ormai prassi obbligatoria proporre, (il più delle volte concordare) con gli “uffici competenti” soluzioni architettoniche di cosmesi mimetica (se va bene), quando non di palese falso storico, e comunque gradite a chi detiene il potere inappellabile di veto sugli aspetti formali dei progetti, in grado quindi di inibire o esaltare fortune economiche e carriere professionali.
Saltano questa prassi, spesso, alcuni interventi in cui la committenza è abbastanza forte da far accettare agli uffici competenti soluzioni formali e modalità di intervento che sono normalmente vietati ai più.
Ecco allora che spesso torna comodo spostare il confronto dalla sostanza dei fatti (quantità, ubicazioni e destinazioni: dati oggettivi) a nebulose dispute formali (il colore delle facciate, la tipologia di un parapetto), sulle quali vale sempre il parere, soggettivo e inappellabile, della Soprintendenza o dell’Ufficio Centro Storico del Comune.
E’ un ottimo sistema per eludere le domande importanti su queste vicende: chi ci guadagna e chi ci rimette?
Incredibile che Vitali e Grignaffini, e parte dell’opposizione, siano scivolati in una logica come questa, cadendo nel doppio errore di criticare l’infopoint con l’unica motivazione sbagliata, e invocando l’intervento di istituzioni sempre allineate con chi conta e che hanno perso, ormai, l’autorità intellettuale che invece la legge continua ad assegnare loro, col risultato di trovarsi adesso la bocca cucita dagli “esperti”.
Ma anche il linguaggio architettonico può essere conservatore o progressista, in senso autentico e universale: forse è stato uno scivolone freudiano.
Chissà se il ricambio generazionale negli “uffici competenti in materia” e in questa classe politica (del tutto digiuna di cultura architettonica) consentirà di tornare a discutere, seriamente, del centro storico e della sua vita futura.
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