La città pubblica dei celestini
Data di pubblicazione:
08.09.2004 11:30
|
|
|
| Giuliano Santoro, sul numero 15 del settimanale "Carta". |
La "città pubblica" dei Celestini
(Giuliano Santoro)
A meno di due mesi dalle elezioni comunali, a Bologna è circolato un “racconto vero” di Tolstoj. Racconta il grande scrittore russo che, di fronte alla necessità di togliere un grosso macigno dalla piazza centrale di una città, furono interpellati alcuni ingegneri. Uno di loro propose di fare saltare il macigno con una mina, un altro di infilare un grosso rullo sotto la pietra e poi farla rotolare via. Un contadino propose invece di scavare accanto al macigno una buca, spargere la terra dello scavo nella piazza e spingere il macigno dentro la buca. Per raccontare la propria esperienza, la Compagnia dei Celestini [che raccoglie decine di urbanisti e architetti “orfani di spazi pubblici”] è ricorsa alle metafore letterarie. Perché le buone idee, come quella del contadino di Tolstoj, non hanno diritti d’esclusiva.
E così il Cantiere di Bologna che con Carta un folto gruppo di bolognesi aveva lanciato nei mesi scorsi (www.carta.org), ufficialmente non si è mai tenuto. Ma ha forse fornito lo spunto a incontri e dibattiti diffusi, rivoli di partecipazione senza un filo conduttore apparente. Hanno aperto le danze gli occupanti di Chourmo, con “Bologna Aurora”, una serie di dibattiti sul futuro della città, ovvero “sette fotogrammi su una porzione dell'intelligenza sociale che vive e fa vivere questa città”, con particolare attenzione verso nuovi diritti, saperi, ricerca e partecipazione [il progetto continua sul sito www.bolognaurora.org].
Poi, sabato 3 aprile i Celestini, insieme alla Cgil bolognese e alla Bottega dell’Elefante (un circolo culturale), hanno presentato, anzi raccontato, le loro proposte per Bologna. A partire da un nuovo Piano urbanistico che indirizzi le trasformazioni verso “la città pubblica”, i Celestini hanno articolato la loro idea di città on sette punti. Le parole chiave dell’altra città possibile sono: casa, mobilità sostenibile, riqualificazione, governo della rendita immobiliare. Una delle proposte, suggestiva e concreta, è quella di dar vita a “un museo della città”, che ne segua costantemente le evoluzioni e si attrezzi per rendere possibile la discussione sulle questioni aperte. All’ingresso della sala era stato allestito “Celestopoli”, un test a risposta multipla sulla città [ad esempio: “Torni a Bologna dopo due anni passati all’estero. Davanti alla fontana di Nettuno una scala scende nel sottosuolo. Dove vorresto ti portasse? Alla fermata della metropolitana, a un parcheggio sotterraneo o a nuovi spazi espositivi della Sala Borsa?”].
Parlare di urbanistica per più di tre ore senza impigliarsi nel gergo tecnico non è facile: eppure, davanti ad almeno trecento persone, tra incursioni letterarie, filmati e interventi di ospiti “stranieri”, i Celestini hanno confermato di saper fare bene il loro lavoro di traduzione e divulgazione. Quasi a mettere in scena i propri antenati illustri, hanno anche proiettato un pezzo del loro album di famiglia: la trilogia, sospesa tra neorealismo e denuncia sociale, prodotta per la decima triennale di Milano. Era il 1954, l’anno in cui nacque la televisione, e Giancarlo De Carlo, Carlo Doglio e Ludovico Quaroni, con la complicità di un certo Elio Vittorini, affermarono a chiare lettere: “Siete voi i protagonisti di tutti i fatti che l'urbanistica investe con la sua azione”, “Avete mai pensato che siamo noi, giorno per giorno e tutti insieme, che diamo forma a questo spazio?”, e poi "Vai nella tua città, uomo, e collabora con chi vuol renderla più umana, più simile a te".
“Quello dei filmati era un paese che conosceva il passaggio improvviso all’urbanizzazione - ha spiegato l’urbanista veneziano Edoardo Salzano - ma rimane la necessità di aiutare le cittadine e i cittadini a comprendere che il miglioramento delle loro condizioni di vita passa attraverso la conoscenza di meccanismi complessi che governano il loro destino. Che essi devono intervenire su quei meccanismi, per ottenere che le ruote girino a vantaggio del popolo e del suo futuro, e non a vantaggio dei padroni e della loro immediata ricchezza. Per questo bisogna praticare l’urbanistica, la pianificazione, l’amministrazione della città, perché è attraverso questi strumenti che si cambia il futuro degli uomini. Si dà loro la possibilità di utilizzare le possibilità dello stare insieme, dell’esser diventati più ricchi, più consapevoli, più forti”.
E proprio le indicazioni dei Celestini, insieme alle più di tremila firme raccolte contro l’inquinamento elttromagnetico, che hanno spinto fino al consiglio comunale la proposta di regolamentazione delle antenne, insieme alle proteste contro il centro di detenzione per migranti di via Mattei, ai tanti movimenti urbani che sono nati negli ultimi anni, si offrono come antidoto alle pressioni dei poteri forti, che non hanno colore politico ma solo interessi. Lo ha ricordato Sandro Medici, presidente del Municipio X di Roma, che all’incontro dei Celestini ha raccontato l’esperienza del laboratorio romano e ha rivelato il progetto di produrre vino Frascati sui terreni liberati dal cemento a ridosso di Cinecittà: “Ho tanti dubbi sulle sinistre e sulle forme organizzative che stanno scegliendo – ha detto Medici – Ma di una cosa sono sicuro: non possiamo più fare a meno di un dialogo sociale permanente”.
L’amministrazione di destra bolognese in questi anni ha cercato di costruirsi attorno un blocco sociale. Si tratta dei settori che lucrano sulla rendita e che sono meno esposti alla competizione globale. Per questo la città non è cresciuta, ma si è accartocciata su sé stessa, si è provincializzata: ne è prova la retorica sulla “bolognesità”, utilizzata dalla destra cittadina e dal suo giornale. Il Resto del Carlino ha accusato il candidato del centrosinistra, Cofferati, di avere addirittura versato un bicchiere di vino rosso nel brodo dei tortellini [il piatto locale per antonomasia], come si fa in Lombardia. Tanto che lo scrittore Enrico Brizzi ha sentito il bisogno di intervenire, per ricordare che “siamo il capoluogo di una regione che prende il suo nome da una strada, la via Emilia, il contrario della chiusura”, e ha ricordato le avventure di Bakunin, il capo anarchico, in Emilia nel 1874, raccontate da Riccardo Bacchelli, oltre che la poetica di Tondelli sui fuorisede, a proposito del “terrone” Andrea Pazienza,. “Insomma, la mia proposta per Bologna – ha concluso Brizzi – è che tre abitanti su quattro siano fuorisede”.
Cesare Melloni è il segretario della Camera del lavoro; Sul perché un sindacato si interessi di urbanistica risponde:“Pensiamo che oggi le città siano uno spazio politico nuovo, che si rapportano con la globalizzazione senza nessuna mediazione degli stati-nazione. Per questo il welfare locale gioca un ruolo fondamentale nel determinare le condizioni di lavoro. Penso alle nuove forme di lavoro precario, e alla necessità che godano del diritto alla casa e ai nuovi servizi. Lavoro e spazio urbano sono ormai due facce della stessa medaglia”. Il fatto che l’amministrazione dell’attuale sindaco Guazzaloca abbia favorito i ceti meno coinvolti dalla globalizzazione, aggiunge, ha contribuito alla crisi dell’industria bolognese. Secondo gli ultimi dati della Camera del lavoro, tra il 2002 e il 2003 la lista dei lavoratori finiti in mobilità dopo un licenziamento è aumentata del 15 per cento, e il ricorso alla cassa integrazione è cresciuto del 45 per cento. Ad utilizzarla sono soprattutto le aziende metalmeccaniche e del comparto moda [dove è addirittura raddoppiata]. Qualche crepa si sta aprendo anche nei soli due settori che fino a due anni fa andavano in controtendenza: costruzioni e agro-industria. Gli imprenditori della Cna rincarano la dose e, a proposito dell’andamento degli affari nel primo trimestre dell’anno, parlano apertamente di “recessione”.
“È necessario investire su qualità, innovazione e ricerca – continua Melloni – Ma le imprese non hanno potuto interloquire con la giunta. A Bologna, dove lavorano circa ventimila metalmeccanici, abbiamo chiuso cento pre-contratti su cinquecento in tutta l’Italia. E per uscire dalla crisi è necessaria un’alleanza coi settori più innovativi dell’industria, penso al comparto delle macchine automatiche che si occupa di packaging, ma anche alle medie imprese dell’ortopedia, o alla Ducati. Non abbiamo bisogno solo del ricambio delle classi dirigenti, ma di una città aperta, includente, innovativa”. |
|