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Dopo la partecipazione

Data di pubblicazione: 11.10.2004 15:43
Piergiorgio Rocchi, dalle pagine de l'Unità
“Partecipazione, partecipazione”, urlava la folla inferocita davanti al palazzo comunale….
In realtà non è mai stato così, neanche durante lo sciagurato periodo del sindaco Guazzaloca che, quando sentiva parlare di “partecipazione”, pensava subito a qualcosa di azionario o societario.
Negli ultimi tempi sul coinvolgimento e sull’ascolto dei cittadini, qualcosa si sta muovendo. E i passaggi relativi a questa parola contenuti nel programma della giunta comunale, oltre a cogliere i primi timidi tentativi che si sono attivati in città, sono significativi e innovativi.
Semplificando molto, a Bologna si è spesso scambiata la partecipazione con il decentramento amministrativo, peraltro in sé conquista storica. C’erano (e ci sono ancora), i Quartieri, con le loro mini istituzioni, alle cui riunioni si poteva assistere, c’erano le commissioni alle quali ci si poteva (e ci si può ancora) iscrivere e nelle quali si poteva collaborare. Dunque si poteva assistere/partecipare, anche se non ai processi decisionali, ma tanto bastava per avere una parvenza di democratizzazione di alcuni passaggi politico-amministrativi.
Non c’è mai stata la considerazione, da parte degli amministratori e non solo, della Partecipazione come “necessità” amministrativa, ovvero un processo che necessita di tempo e di risorse e che, per essere davvero uno strumento di democrazia avanzata, deve essere attivata prima degli esiti finali dei percorsi decisionali pubblici. E non dopo.
Questo è possibile sia per il piantare alberi in un parco sia, con qualche distinguo in più, per l’Urbanistica. Ce lo insegnano le numerose esperienze italiane ed estere, alcune delle quali sono state illustrate nel convegno “Democrazia, Partecipazione, Urbanistica: teoria e pratica”, organizzato dalla Compagnia dei Celestini, giorni fa, al Baraccano, a cui hanno assistito oltre 200 persone. Molti gli amministratori, a dare conto di un’attenzione fino a qualche mese impensabile. Nel buio ma non inoperoso quinquennio (basti pensare a tutte le brutture urbanistiche operate) che ci siamo lasciati alle spalle e di cui pagheremo a lungo le conseguenze, si è sviluppato un movimento di movimenti, comitati, associazioni, alcuni dei quali si sono lentamente strutturati in ‘rete’, senza la mediazione dei partiti tradizionali. C’è stato chi si è accorto, casualmente, che sarebbe sorto un “grattacielo” davanti a casa sua e chi si è messo a studiare i ‘programmi di riqualificazione urbana’; chi si è messo a difendere memorie storiche urbane come gli orti e chi a pretendere che le aree verdi sulla carta, diventassero davvero ‘parchi urbani’, scoprendo in tutti i casi che scambiandosi informazioni e parlandone insieme, magari anche nelle desolanti riunioni della commissione consiliare competente, si poteva ‘conquistare’, qualcosa. Protestando e contestando. Questo è stato il primo approccio, anche inconsapevole, alla Partecipazione: la contestazione, che può essere letta anche come presa di coscienza di conflitti.
Sempre per rimanere nell’ambito dell’Urbanistica, c’è una prima esperienza, artigianale, semplice ma efficace, che va segnalata: quella della creazione di un laboratorio di progettazione partecipata su un’area strategica per la città come l’ex Staveco. Niente a che fare con gioiose macchine professionali che spesso fanno dei processi partecipativi uno strumento per la manipolazione del consenso (magari con cento interviste su trecentomila abitanti), ma la sistematizzazione, dal basso (con sessanta persone attente ed entusiaste), delle multiformi esigenze di avere una città più pulita, più vivibile, più umana e solidale. E dunque di trasformare un’area prevista inizialmente come una sorta di ‘Beverly Hills’ bolognese ad area per il quartiere, per la città, per tutti. Un piccolo successo.
Anche se l’esito può essere riconoscere l’esigenza che la realizzazione venga affrontata con un concorso di idee, perché la partecipazione non vuol dire tout court progettazione, bensì cultura delle alternative. Ai cittadini però spetta proporre la cornice di riferimento.
E’ necessario andare avanti in quella esperienza elaborando una ‘mappa’ delle aree (ad esempio i prati di Caprara, l’ex mercato ortofrutticolo, viale Berti Pichat), e delle problematiche che si possono affrontare in modo partecipato e magari contribuendo alla discussione partecipata sul futuro Piano strutturale comunale, rimettendo in piedi gruppi di lavoro interistituzionali e innescando anche un processo formativo/informativo sui contenuti della legge urbanistica regionale per tutti coloro che vogliano conoscere per partecipare, per farsi una propria ‘cassetta degli attrezzi’.
Allora, d’accordo tutti: passiamo adesso dalla protesta alla proposta. Le linee programmatiche della giunta, per la parte relativa all’Urbanistica e alla Partecipazione, sono un gigantesco passo avanti. Come Compagnia dei Celestini, ci riconosciamo in molte delle affermazioni fatte in quel documento e collaboreremo, ognuno dal proprio posto e senza dimenticare il nostro modus operandi a volte un po’ ironico e provocatorio, affinché “…la partecipazione dei cittadini alla ‘gestione’ del territorio..” li renda protagonisti e favorisca una cura dei luoghi che solo chi li vive può realizzare. Auspichiamo infine che i responsabili del Comune – interni ed esterni – che si occuperanno di questa “rivoluzione copernicana” nella gestione dell’Urbanistica siano all’altezza del compito che li aspetta.




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