"La nostra Bononia infelix". di Mariangiola GALLINGANI
Data di pubblicazione:
06.03.2002 10:28
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(da "il Manifesto" del 3 marzo)
Le radici del declino di Bologna affondano profonde nella storia di questa città. E chi ne cerca il riscatto, come la "compagnia dei celestini", non può dimenticarle......
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Bologna è nei guai?, e, se è davvero nei guai, la colpa è davvero tutta della svolta politica che ha visto assurgere al governo municipale il centro-destra, nel non troppo lontano 1999? L'articolo di Marco Guerzoni, ospitato dal manifesto a nome della "compagnia dei celestini" di Bologna (I guai di Bologna. E la speranza di un riscatto) sulle meschine sorti della città, costituisce, in modo assolutamente condivisibile l'occasione per l'inizio di un dibattuto a più voci sull'attuale situazione di Bologna. Poiché a nessuno sfugge, almeno all'interno dell'arcipelago che si denomina "sinistra", quanto Bologna sia importante, sul piano reale e su quello simbolico. Ma alcuni aspetti della diagnosi del mio amico Guerzoni sono un po' controversi. Del resto, "la compagnia dei celestini" ha molte e diverse anime, e proprio questa credo sia la sua forza. E' un'analisi spietata, ma vera, della Bologna di oggi: un desolante quadro di "sviluppi privatistici di ciascuno", di "sterilità" e "speculazione". Fenomeni presenti non da oggi, sia pure in forma relativamente marginale, ma da tempo. Meno condivisibile è l'analisi del passato - visto come una sorta di età dell'oro - che viene a priori magnificato senza dotare il discorso di una sua consistenza politica. E alcune precisazioni - o forse consigli, per arricchire i temi del dibattito, dentro e fuori "celestini" - sembrano necessarie.Il ritratto di questa Bononia infelix mostra vistose oscillazioni tra lo sconforto e l'entusiasmo. Da un lato si dice che "il prodotto" di tale mitico passato "è leggibile nella vivibilità delle periferie e nella bellezza dei centri storici, nella conservazione dei parchi dell'Appennino come nell'efficienza dei trasporti pubblici". Dall'altro, che "i problemi legati allo sviluppo delle città e non solo di Bologna, si sono aggravati e i furbi hanno cominciato a bussare alle porte. La città del paradigma urbanistico è diventata sterile". Bologna allora è ancora o non è più la città vivibile tramandata dal mito? Secondo alcuni, il mito è da tempo appannato. E ciò altro non dovrebbe produrre se non un sano bagno di realtà. Ma continua a sembrare incorruttibile. Si può leggere tra le righe che tutto quanto c'è e resta di buono - periferie, trasporti, vivibilità, ecc. - sia eredità o residuo di quel passato che si vuole esplicitamente magnificare. Il passato però sembra guardato con gli occhiali a forma di cuore di Lolita, almeno per chi, in quel passato, a Bologna ha vissuto ed ha cercato di far politica (senza per questo diventare Humbert-Humbert).I meravigliosi anni in cui "Bologna e il partito comunista erano organici allo sviluppo della società e del suo territorio", i tempi più o meno allegri del centralismo democratico, sono stati anche gli anni delle rivolte studentesche, della costruzione, quanto si vuole creativa e artigianale, di una sinistra antagonista esattamente alle dinamiche autoconservative ed emarginanti di quel blocco sociale - della nascita di movimenti nei confronti dei quali - sul piano del linguaggio, della comunicazione, dello stile, e addirittura spesso degli stessi protagonisti - oggi si trovano ad essere debitori molti dei giovani astri che fanno parte della nebulosa dei movimenti no-global e pacifisti.Dovrebbe far pensare il fatto che oggi - esattamente come allora - si parli ancora "degli affitti a prezzi insostenibili", o di "classe politica allo sbando".L'attuale "sbando della classe politica", l'attuale latenza di quel mitico-mistico rapporto, rapporto secondo il quale "la politica era organica allo sviluppo della città e la società era organica allo sviluppo della politica" sono anche figli di quei movimenti. Proprio la rottura di quel rapporto virtuoso permise allora, quasi trent'anni fa, alla classe politica, sia pure in modo traumatico, d'imparare rapidamente che non è di tutta la società che si tratta, che al di fuori di quel consolante loop fra politica, sindacato, cooperative, piccoli imprenditori, restano frange consistenti che continuano (ed hanno continuato sino ad oggi) ad essere sfruttate e messe ai margini, pezzi di società che a quel loop sono estranei.Quel trauma allora costituì un duro banco di prova circa la capacità di crescere e di evolvere in senso democratico della società "garantita" di Bologna, classe politica - e Partito Comunista - in testa. E il percorso di crescita è ben lungi dall'esser compiuto. Non credo che sia sufficiente dire che "per motivi complicati negli ultimi anni del secolo passato la politica della sinistra è entrata in profonda crisi". Oggi, per questa sinistra che tutti noi siamo o vogliamo essere, il banco di prova dell'integrazione, della costruzione di una società aperta che risponda ai bisogni dell'oggi, e non più a quelli di ieri, disegna un futuro difficile, che incontra ostacoli.La Bologna di oggi e del prossimo futuro è quella dello sfingetico sindaco Guazzaloca e del fin troppo loquace cardinale Biffi, capace perfino di piccole e puntuali insubordinazioni dal sapore eretico nei confronti del messaggio di dialogo lanciato dal vecchio Papa polacco. Il "guaio" di Bologna, e non solo sul piano urbanistico, consiste nell'essere davvero - e sotto gli auspici delle autorità citate - una città sempre più chiusa, con rilevanti e crescenti barriere all'entrata, erette nei confronti non più solo degli studenti (come nel `77), ma degli immigrati, e degli stessi cittadini, costretti a trovare riparo, abitazione e residenza in un hinterland sempre più ampio. Sono barriere di reddito, si giocano sul piano dei consumi, della stessa sopravvivenza.Questo è da tempo il rovescio della medaglia splendente di una delle città più ricche d'Italia. Certo, esistono segnali in controtendenza, come l'elaborazione del Piano territoriale di coordinamento provinciale, dal quale ci si aspetta una parola significativa, finalmente, in materia di pianificazione metropolitana.Si tratta di un Piano fortemente innovativo, in termini di formazione concertata delle decisioni, che coinvolge direttamente l'universo dei soggetti interessati al territorio - dai comuni della provincia, Bologna compresa, all'Autorità di bacino, ai consorzi di bonifica, ecc. Un piano che ha l'ambizione di portare l'area metropolitana esistente, ma ancora frammentata da vincoli amministrativi e di pianificazione, ad un livello accettabile di autoconsapevolezza. Partecipare a questa "scommessa" sul futuro dovrebbe di per sé costituire un'iniezione di speranza. E la speranza vorremmo poterla conservare.Le coordinate del futuro bolognese - in senso reale, e cioè metropolitano - continuano però a non essere affatto rosee. Ma in questo futuro, che vede oggi la presenza crescente di nuovi emarginati, ed il crescere vistoso di nuovi esclusi dal tripudio collettivo del consumo, in questo futuro di crescita e di trasformazione (in primo luogo delle culture politiche ed egemoniche che hanno dimostrato di esser desuete) sta qualsiasi speranza si possa nutrire per la città. Ed in nessun passato che, chiunque conosca un poco la storia della città di cui parla, dovrebbe riconoscere come definitivamente e fortunatamente, irripetibile.
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